{"id":943,"date":"2026-05-11T12:52:06","date_gmt":"2026-05-11T12:52:06","guid":{"rendered":"https:\/\/www.mevapp.it\/?p=943"},"modified":"2026-06-30T09:25:12","modified_gmt":"2026-06-30T09:25:12","slug":"un-secolo-di-tragedie-e-di-morti-bianche","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.mevapp.it\/index.php\/2026\/05\/11\/un-secolo-di-tragedie-e-di-morti-bianche\/","title":{"rendered":"Un secolo di tragedie e di morti bianche"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Il prezzo quotidiano (e scontato) dello sviluppo<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L'emigrazione italiana e veneta \u00e8 spesso ricordata attraverso le storie di chi \u00e8 riuscito a costruirsi una vita migliore. Pi\u00f9 raramente si riflette sul prezzo umano pagato da migliaia di lavoratori impegnati nelle miniere, nei trafori ferroviari e stradali, nelle dighe e nei grandi cantieri alpini. Per oltre un secolo quel prezzo fu considerato quasi inevitabile: una conseguenza dello sviluppo e della necessit\u00e0 di guadagnarsi da vivere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le grandi opere che hanno cambiato il volto dell'Europa sono state costruite anche grazie al lavoro di generazioni di emigrati italiani. I cantieri dei trafori del Frejus, del Sempione e del San Gottardo costarono complessivamente centinaia di vite umane. Non una sola grande sciagura, ma un lento e continuo susseguirsi di incidenti, esplosioni, crolli, frane, malattie professionali, infortuni mortali distribuiti lungo tutto l'arco dei lavori. Era un bilancio quasi messo in preventivo, ricordato talvolta solo da una lapide o da un monumento inaugurato alla fine del cantiere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Izourt: la sciagura dei Pireni<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Anche le grandi tragedie collettive potevano scomparire rapidamente dalla memoria.<br>Il 24 marzo 1939, durante la costruzione della diga dell'Izourt, nei Pirenei francesi, una tormenta di neve di straordinaria intensit\u00e0 e una conseguente slavina travolsero e seppellirono le baracche degli operai, provocando la morte di <strong>31 persone<\/strong>, <strong>29 delle quali erano emigrati italiani<\/strong>. Tra essi, <strong>13 veneti<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per il numero delle vittime e per la dinamica dell'incidente, Izourt rappresenta una delle pi\u00f9 gravi tragedie dell'emigrazione italiana nei cantieri montani. Eppure, la guerra ormai alle porte e un sistema informativo ancora limitato cancellarono la sciagura dalla memoria collettiva.<br>Le vittime furono inumate nel piccolo cimitero del vicino paese di Vicdessos e abbandonate all'incuria del tempo, fino a essere dimenticate e rimosse per far spazio ad altri morti.<br>Solo successive ricerche hanno consentito di ricostruire le loro identit\u00e0 e di esporre una lapide e una statua in marmo d'Istria con i nomi degli operai periti nella tragedia. Un gesto di riparazione all'oltraggio della memoria.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Le miniere: il volto pi\u00f9 tragico dell'emigrazione<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se i grandi cantieri hanno registrato un continuo tributo di vite umane, fu per\u00f2 il lavoro nelle miniere, e in particolare in quelle di carbone, a conoscere le pi\u00f9 gravi tragedie collettive dell'emigrazione italiana.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il 6 dicembre 1907 un'esplosione nella miniera di <strong>Monongah<\/strong>, in West Virginia, provoc\u00f2 <strong>361 morti<\/strong>, tra cui almeno <strong>171 italiani<\/strong>. Ancora oggi \u00e8 considerata una delle pi\u00f9 gravi sciagure minerarie nella storia degli Stati Uniti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Pochi anni dopo, il 22 ottobre 1913, una nuova esplosione devast\u00f2 la miniera di <strong>Dawson<\/strong>, nel New Mexico. Le vittime furono <strong>263<\/strong>, delle quali <strong>146 italiane<\/strong>. Come se non bastasse, dieci anni pi\u00f9 tardi la stessa miniera fu teatro di un secondo grave incidente che colp\u00ec ancora una volta numerose famiglie di emigrati, segnando una comunit\u00e0 gi\u00e0 profondamente provata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Per numero di connazionali coinvolti, Monongah e Dawson vanno considerate tragedie italiane<\/strong>.<br>La distanza dall'Europa, la lentezza delle comunicazioni e la scarsa tutela degli emigrati contribuirono per\u00f2 a relegarle ai margini della memoria pubblica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La lontananza non basta tuttavia a spiegare il silenzio. Lo dimostra la tragedia di <strong>Arsia<\/strong>, in Istria, allora in Italia.<br>Il 28 febbraio 1940 un'esplosione nella miniera provoc\u00f2 almeno <strong>185 morti<\/strong>. Molti provenivano dal Veneto.<br>La pi\u00f9 grande tragedia mineraria mai avvenuta in territorio italiano pass\u00f2 quasi inosservata.<br>La cronaca, per lo pi\u00f9 locale, esaltava la prontezza dei soccorsi e l'eroismo dei lavoratori.<br>Il regime fascista preferiva minimizzare l'accaduto per non mettere in discussione le condizioni di lavoro nelle miniere e l'immagine di un'Italia moderna, potente, proiettata nel futuro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Marcinelle: la tragedia che ha rotto il silenzio<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L'8 agosto 1956, nella miniera del <strong>Bois du Cazier<\/strong>, a <strong>Marcinelle<\/strong>, morirono <strong>262 lavoratori<\/strong>, tra cui <strong>136 italiani, 5 veneti.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per la prima volta una tragedia dell'emigrazione entr\u00f2 quasi in tempo reale nelle case degli italiani grazie alla radio, ai giornali e alle immagini diffuse dai nuovi mezzi di comunicazione. Migliaia di persone seguirono con angoscia le operazioni di soccorso, sperando fino all'ultimo che qualcuno potesse essere salvato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Emblematica fu la grande sottoscrizione promossa dalla rivista belga <strong><em>Le Moustique<\/em><\/strong>, che raccolse fondi a favore delle famiglie delle vittime. Era il segno di un cambiamento profondo. La morte del minatore non era pi\u00f9 soltanto il dolore di una famiglia o di un paese d'origine. Divent\u00f2 un lutto condiviso dall'opinione pubblica europea. Marcinelle segn\u00f2 una svolta: cambi\u00f2 il modo di raccontare l'emigrazione e contribu\u00ec a far maturare una nuova sensibilit\u00e0 verso la dignit\u00e0 dell'uomo e un'attenzione rivolta alla sicurezza sul lavoro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Mattmark: la tomba di ghiaccio<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per il Veneto, la tragedia destinata a lasciare il segno pi\u00f9 profondo fu quella di <strong>Mattmark<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il 30 agosto 1965 una parte del ghiacciaio Allalin, nel Canton Vallese, precipit\u00f2 sul cantiere della diga in costruzione, travolgendo baracche e operai.<br>Morirono <strong>88 lavoratori<\/strong>, <strong>56 dei quali italiani<\/strong>. <strong>Diciassette erano bellunesi, uno della provincia di Verona.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La vicinanza geografica, il numero delle vittime venete e la forza dei mezzi di comunicazione trasformarono Mattmark in un evento seguito con straordinaria partecipazione emotiva.<br>Il <strong>1\u00b0 settembre 1965<\/strong> Dino Buzzati pubblic\u00f2 sul <em>Corriere della Sera<\/em> uno degli articoli pi\u00f9 intensi della sua carriera, \"<strong>L'amara favola\"<\/strong>, contribuendo a fare di Mattmark il simbolo della condizione degli emigrati italiani impegnati nei grandi cantieri alpini.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L'enorme partecipazione popolare non trov\u00f2 per\u00f2 riscontro nelle aule di tribunale. Dopo un lungo iter giudiziario gli imputati furono assolti e ai familiari delle vittime fu imposto il pagamento di met\u00e0 delle spese processuali. \u00abLa calamit\u00e0 non era prevedibile\u00bb. Oltre al danno la beffa.<br>Per molti fu una seconda drammatica sconfitta, destinata ad alimentare un doloroso senso d'ingiustizia che ancora oggi accompagna il ricordo di Mattmark.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Robiei-Stabiascio e il San Bernardino<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mattmark non segn\u00f2 la fine di quella stagione di tragedie. Poco pi\u00f9 di cinque mesi dopo, tra il 15 e il 16 febbraio 1966, una fuga di gas nella galleria d'adduzione di <strong>Robiei-Stabiascio-Gries<\/strong>, in Canton Ticino, provoc\u00f2 <strong>17 vittime<\/strong>: <strong>2 pompieri svizzeri<\/strong> e <strong>15 lavoratori italiani<\/strong>, emigrati. La pi\u00f9 grande sciagura mineraria nella storia del Cantone.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L'anno successivo il crollo del ponte della rimonta nel cantiere della galleria del <strong>San Bernardino <\/strong>provoc\u00f2 altri 6 morti. Il prezzo pagato dagli emigrati nei lavori sotterranei continuava a essere elevato. La crescente attenzione dell'opinione pubblica non bastava, da sola, a cambiare in poco tempo le condizioni di lavoro nei grandi cantieri.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Una memoria che ci parla ancora<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dopo la rottura creata da Marcinelle, anche le sciagure alpine di Mattmark, Robiei-Stabiascio, San Bernardino e altre ancora contribuirono a scuotere le coscienze. A consolidare questo cambiamento culturale aveva contribuito \"in casa\" anche il Disastro del Vajont, che il 9 ottobre del 1963 aveva letteralmente spezzato e spazzato via 1910 vite umane tra Veneto e Friuli, toccando con particolare violenza la provincia di Belluno.<br>Gli impatti ravvicinati di quelle tragedie fecero lentamente maturare non solo un nuovo modo di guardare al lavoro e alla sicurezza, ma anche un nuovo approccio al rapporto tra sviluppo economico e responsabilit\u00e0.<br>Dietro ogni traforo, ogni diga, ogni miniera, ogni galleria, ci sono migliaia di vite che hanno contribuito a costruirle e che non possono essere ignorate.<br>Sopra, sotto, intorno c'\u00e8 una natura fragile e incombente che va compresa e rispettata, per evitare che tragedie liquidate come \u201ccalamit\u00e0 non prevedibili\u00bb continuino a ripetersi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il prezzo quotidiano (e scontato) dello sviluppo L&#8217;emigrazione italiana e veneta \u00e8 spesso ricordata attraverso le storie di chi \u00e8 riuscito a costruirsi una vita migliore. 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