{"id":897,"date":"2026-05-11T12:34:11","date_gmt":"2026-05-11T12:34:11","guid":{"rendered":"https:\/\/www.mevapp.it\/?p=897"},"modified":"2026-06-30T13:48:44","modified_gmt":"2026-06-30T13:48:44","slug":"piccole-storie-portate-in-valigia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.mevapp.it\/index.php\/2026\/05\/11\/piccole-storie-portate-in-valigia\/","title":{"rendered":"Piccole storie&#8230; portate in valigia"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il bagaglio \u00e8 un simbolo. Per un emigrante \u00e8 l'indispensabile, ma \u00e8 anche tutto.<br>\u00c8 l'evocazione di un momento, conservato per una vita intera.&nbsp;<br>\u00c8 la piccola valigia di cartone con gli umili e preziosi attrezzi del mestiere.<br>\u00c8 il sacchetto di semi di granoturco, diventati alla fine del viaggio un volo di farfalle.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Intorno a valigie, casse, bauli, sacchetti e sporte si addensano storie, speranze e ricordi.<br>Qui al MEV ne abbiamo raccolti alcuni.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left wp-block-paragraph\"><em>\"Eravamo una famiglia molto numerosa. Io ero il settimo di undici fratelli, ed ero sempre quello che rimaneva a casa, mentre gli altri andavano all\u2019estero. A vent\u2019anni, quindi, decisi di andare via anch\u2019io, perch\u00e9 chi rimaneva doveva lavorare sempre, anche la domenica.\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<br>Nell\u2019aprile del \u201862 feci i bagagli. Avevo la valigia di un fratello gi\u00e0 emigrato in Australia. Era tornato dopo tre anni, si era sposato e di l\u00ec a qualche giorno sarebbe dovuto ripartire. Tutto era pronto, ma ebbe un incidente. Allora presi io la sua valigia.\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<br>Partii da Trichiana. Non sapevo niente. Sapevo solo di avere un fratello pi\u00f9 vecchio a Saarbr\u00fccken, in Germania, che mi aspettava alla stazione. Durante il viaggio, per tutta la notte non chiusi occhio...\"<\/em><br>Camillo Moro, da Trichiana a Dudweiler (Germania)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\"Partii emigrante da Seren del Grappa all\u2019et\u00e0 di vent'anni, diretto al Cantone di Zurigo e precisamente a W\u00e4denswil, dove fui occupato in una grande impresa edilizia i cui titolari erano di origine italiana. [...]\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<br>L\u2019indomani, puntuale, mi feci trovare nel posto stabilito; arriv\u00f2 il <\/em>baufir<em>, il responsabile dei cantieri della ditta, anch\u2019egli italiano. Mi presentai e lui mi chiese se ero muratore o solo manovale; anche se a malapena mi arrangiavo, risposi che ero muratore, avendo frequentato la scuola professionale di Fonzaso. Il <\/em>baufir <em>ordin\u00f2 di condurmi a un cantiere che distava da l\u00ec un chilometro e mezzo. Con me avevo una piccola valigia di cartone contenente i pochi attrezzi da muratore che mi ero portato da Seren del Grappa, acquistati con qualche risparmio alla cooperativa del paese.\"<\/em><br>Marino Scopel, da Seren del Grappa a W\u00e4denswil (Svizzera)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\"La sera ci imbarcammo sulla nave Duncan. Era il 26 settembre 1958. Dopo aver fatto scalo a Las Palmas, proseguimmo verso Sud. Arrivammo a Citt\u00e0 del Capo il 13 ottobre. Da l\u00ec ci aspettavano altri due giorni di treno per raggiungere Vanderbijl Park. [...]<\/em><br><em>Delio mi aveva scritto che la ditta gli aveva dato in affitto una bella casa con il giardino e siccome a me piaceva tanto la polenta, avevo messo nel bagaglio un bel po\u2019 di semi di granoturco con l\u2019idea di seminarli nel nostro giardino. Ma guardando dal finestrino del treno in corsa non vedevo altro che distese e distese di granoturco. Non sapevo che quella pianta fosse la base dell\u2019alimentazione della popolazione di colore. Fortuna che \u00e8 andata cos\u00ec, perch\u00e9 quando mi recapitarono la cassa con i miei bagagli e aprii il sacchetto del granoturco, la stanza si riemp\u00ec di centinaia di farfalle: il granoturco era sparito. Cos\u00ec ebbe inizio la nostra vita in Sudafrica.\"<\/em><br>Elena De Vallier, da Rocca Pietore al Sudafrica<br><br><em>\"Mio pap\u00e0 era un manovale. Andava nel Canton Ticino a scavare gallerie per strade o ferrovie. Ci \u00e8 andato stagionalmente per circa due, tre anni e al ritorno ci portava i soldi. Portava con s\u00e9 una valigia di cartone. Ricordo che quando doveva partire, lo accompagnavo sempre io in stazione. Poi correvo fino all\u2019incrocio dove c\u2019era il passaggio a livello e quando vedevo il treno passare, riuscivo a salutarlo ancora.\"<\/em><br>Luciana Francescon ricorda il pap\u00e0 emigrante<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\"Dopo averci riflettuto a lungo, e incoraggiato dalla famiglia, presi la difficile decisione di lasciare il mio amato paese per tentare la fortuna oltreoceano. Nel 1937, con una valigia di cartone, pochi risparmi e il cuore pieno di speranze, mi imbarcai da Genova su un piroscafo diretto a Buenos Aires.\"<\/em><br>Marcello De Zordo, da Alleghe all'Argentina<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\"Con lo stipendio della stagione potei acquistare una valigia di cartone e un pezzo di tela per confezionare un vestitino a giacca con le maniche corte, di color celeste. Dopo qualche giorno sarebbero arrivati i passaporti in Comune, non c'era pi\u00f9 tempo da perdere: il giorno della partenza era vicino.<br>Finiva la mia ultima estate nel paese favoloso in cui ero nata. Ne sentivo il peso salendo sulla corriera. Le lacrime scorrevano sulle mie guance senza che potessi fermarle, e sventolando un fazzolettino bianco dal finestrino salutavo la mia famiglia.\"<\/em><br>Flora Costa, da San Tomaso Agordino alla Francia<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\"Mio padre, con altri queresi, and\u00f2 vicino a Herve. Un anno dopo prepar\u00f2 l\u2019espatrio della moglie Armida, ma lei non aspett\u00f2 il \u201cvia libera\u201d: lasci\u00f2 Quero senza conoscere una parola di francese, con una valigia e me, di due anni, in mano solo un indirizzo e le istruzioni per raggiungere la stazione ferroviaria finale.\"<\/em><br>Ivana Dalla Piazza, da Quero al Belgio<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\"La mia avventura inizi\u00f2 una sera del lontano 1949, quando arriv\u00f2 a casa mia una signora da Puos chiedendomi se volessi andare in Svizzera a fare il contadino al posto di suo genero. Dopo averci riflettuto un po', accettai. I primi di aprile mi arriv\u00f2 il contratto di lavoro, mia madre mi prepar\u00f2 quel poco da vestire che avevo. Ero d\u2019accordo con i miei genitori di andare via, qui non c\u2019era lavoro. Il 18 aprile del \u201949 mio padre mi accompagn\u00f2 alla stazione dell\u2019Alpago con la mia valigia di cartone sopra la bicicletta.\"<\/em><br>Luigi Antole, dall'Alpago alla Svizzera<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\"Nel 1950, all'et\u00e0 di 18 anni, decisi che era giunta l\u2019ora di dare una svolta alla mia vita e scoprire nuovi Paesi e culture. Nella valigia, tra gli indumenti, un pezzo di formaggio, un salame e la foto dell'amata Luisa; nel cuore tutte le raccomandazioni della mamma e l'emozione di nuove esperienze. La mia prima tappa fu la citt\u00e0 di Pamplona: qui inizi\u00f2 la mia epopea di gelatiere come aiutante nella gelateria dello zio Eugenio Bez.\"<\/em><br>Matteo Olivier, da Codissago alla Spagna<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\"Il mio povero padre era un emigrante. Avevo circa sei o sette anni e ricordo bene quando lavorava in Svizzera. Partiva in primavera e rientrava in Italia alla fine di novembre.<\/em><br><em>Un giorno, qualcuno buss\u00f2 alla porta e mia mamma mi disse: \u00abDanilo, vai a vedere chi \u00e8\u00bb. \u00abMamma - le risposi - c\u2019\u00e8 qui un signore con dei lunghi baffi, uno zaino in schiena e una valigia legata con lo spago\u00bb. Non avevo riconosciuto mio padre! Roba da non credere...\"<\/em><br>Danilo Calonego<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\"Cara Valigia, sei stata la mia amica per i lunghi anni di emigrazione in Svizzera, dal 1947 al 1970, quando Dio ha voluto chiamarmi a Lui. Prima di te ne avevo una - come si suol dire - di cartone e vedendo che la mia vita sarebbe stata di emigrazione ho pensato bene di averne una pi\u00f9 solida e allora sei arrivata tu. Quando sono partito con te avevo quarant\u2019anni e a casa era rimasta la mia adorata famiglia. Quanto dolore nel dover lasciare mia moglie, le mie due bambine, di due e quattro anni, e una in arrivo! Al mio ritorno, dopo due anni, la pi\u00f9 piccola mi chiamava zio e in quel preciso istante ho deciso di fare lo stagionale: almeno le mie bambine avrebbero saputo di avere un pap\u00e0. Quanto sudore in una terra non mia, sognavo l\u2019Italia, la mia terra lontana e la mia famiglia. L\u2019emigrazione per la mia generazione \u2013 ero classe 1909 - era molto dura. Si lavorava tanto e duramente per pochi soldi e si risparmiava fino all\u2019osso per poter mandare pi\u00f9 soldi a casa. Cara valigia, eri sempre pronta sotto la brandina e sono sicuro che anche tu sognavi il ritorno nella nostra amata terra. Grazie per tutti i viaggi fatti insieme.\"<\/em><br>Vanda Pasa immagina un possibile dialogo tra il pap\u00e0 Domenico e la sua valigia<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il bagaglio \u00e8 un simbolo. 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