{"id":876,"date":"2026-05-11T12:27:03","date_gmt":"2026-05-11T12:27:03","guid":{"rendered":"https:\/\/www.mevapp.it\/?p=876"},"modified":"2026-06-30T14:07:00","modified_gmt":"2026-06-30T14:07:00","slug":"cronache-di-partenze-viaggi-e-speranze","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.mevapp.it\/index.php\/2026\/05\/11\/cronache-di-partenze-viaggi-e-speranze\/","title":{"rendered":"Cronache di partenze, viaggi e speranze"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Come avveniva il viaggio di un emigrante?<br><\/strong>Innanzitutto, va fatta una distinzione tra l'emigrazione temporanea e quella permanente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel primo caso il viaggio era parte integrante e abituale dell'esperienza di vita dell'emigrante.<br>Era normale, ogni anno, incamminarsi verso mete relativamente lontane, ma in qualche modo consuete e familiari, in genere al di l\u00e0 delle Alpi.<br>Fino a met\u00e0 dell'Ottocento i lavoratori veneti che si spostavano in Austria, Germania o nei vari Paesi della Mitteleuropa partivano verso le loro destinazioni a piedi, con zaini, gerle o casse portate sulle spalle. Talvolta erano accompagnati da muli o cavalli per il trasporto delle merci.<br>Ci si muoveva spesso in piccoli gruppi di parenti o compaesani, seguendo percorsi consolidati che si tramandavano di generazione in generazione. Molti emigranti conoscevano a memoria strade, passi alpini e villaggi dove fermarsi lungo il tragitto. Per alcuni di loro, come i seggiolai, le <em>cr\u00f2mere<\/em> o i gelatieri, il viaggio stesso faceva parte del mestiere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per le aree montane venete, soprattutto Bellunese, Cadore, Agordino e Zoldano, il modello pi\u00f9 tipico era quello della partenza stagionale primaverile e del ritorno autunnale: otto o nove mesi complessivi, inclusi i viaggi di andata e di ritorno, che potevano durare una quindicina di giorni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Con l'avvento delle ferrovie, gran parte della distanza necessaria a raggiungere i luoghi di lavoro lontani veniva percorsa in treno. Questa rivoluzione avvenne proprio grazie al contributo di molti emigrati impegnati \"a contratto\" nella costruzione delle strade ferrate: i cosiddetti <em><strong>esampon\u00e8r<\/strong><\/em>, parola ispirata dal tedesco <em>Eisenbahn<\/em> e da cui deriv\u00f2 in Veneto l'espressione <strong>\u00ab'<em>ndar a l\u2019esempon\u00bb<\/em> <\/strong>come <strong>sinonimo di emigrazione.<\/strong><br>Il trasporto ferroviario e, in seguito, anche quello effettuato con camion e corriere organizzati per gruppi di emigranti stagionali, contribuirono ad alleggerire progressivamente l'impatto del viaggio e ad aumentare l'efficienza del lavoro.<br>Fino agli anni Sessanta e Settanta del Novecento molte <em>cr\u00f2mere<\/em> (venditrici ambulanti) bellunesi raggiungevano in treno la Svizzera, dove condividevano con altre compagne di fatica una base abitativa e operativa, con tanto di magazzino, per poi svolgere entro un determinato raggio d'azione la loro attivit\u00e0 commerciale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se il viaggio, con le sue difficolt\u00e0 e durezze, era dunque parte naturale e \"pianificata\" dell'emigrazione stagionale, non si pu\u00f2 dire altrettanto per l'emigrazione permanente, in particolare per le grandi partenze di massa verso i Paesi transoceanici, che coinvolsero intere famiglie e comunit\u00e0 di contadini mai spostatisi prima dalle proprie case, dai propri paesi, dai propri campi.<br>Il viaggio diventava cos\u00ec un vero e proprio salto nel buio.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Difficile spiegare oggi, nel tempo della velocit\u00e0 e dell'informazione, l'esperienza di un viaggio di fine Ottocento verso il Brasile, l'Argentina o gli Stati Uniti.<br>Innanzitutto, si partiva con una conoscenza pressoch\u00e9 nulla del luogo di destinazione e con poche possibilit\u00e0 di sapere qualcosa di pi\u00f9: gran parte degli emigranti non sapeva n\u00e9 leggere n\u00e9 scrivere. Pochi sapevano parlare l'italiano. Il dialetto era l'unica lingua con cui c'era confidenza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Prima della traversata bisognava raggiungere con ogni mezzo possibile il porto di partenza: Genova, Napoli, Trieste, ma anche Marsiglia, Le Havre (Francia), Bremerhaven (Germania), Anversa (Belgio) e altri ancora.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le prime traversate per l'America Latina potevano durare oltre quaranta giorni, in terze classi sovraffollate, a bordo di piroscafi spesso destinati al trasporto di merci e riadattati per il carico di passeggeri.<br>Non mancavano epidemie, allarmi e naufragi. Altissima, a bordo, era la mortalit\u00e0 infantile.<br>Speranza e paura galleggiavano insieme sull'ignoto dell'oceano.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma non era ancora finita: sbarcati nel Nuovo Mondo e dopo lunghe, incomprensibili attese e varie trafile, bisognava intraprendere interminabili e faticosi spostamenti in territori immensi e selvaggi, non sempre accompagnati da gente affidabile.<br>La lettera di Francesco Costantin di Biadene, spedita da Colonia Angelica in Brasile, parla chiaro:<br><em>[...] Per\u00f2 di tutte le promesse che ci dicono in casa d'emigrazione, non sono vere neppure la decima parte. Il giorno stabilito si monta in ferrovia, avviati a destinazione. Giuntivi alla stazione pi\u00f9 prossima alla colonia, vi sono i carri che c'attendono [...]. Montati sui carri vi conducono entro pei boschi, strade fangose, caldo soffocante, nessun paese, pochissime chiese [...] e tutto questo non \u00e8 che un principio dei patimenti a cui andr\u00e0 soggetto il povero emigrante gratuito nella Provincia di S. Paolo. [...]<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Con il trascorrere del tempo, l'evolversi delle tecnologie e l'alfabetizzazione, l'esperienza del viaggio cambi\u00f2 radicalmente. <br>Gi\u00e0 negli anni Venti del Novecento, con i moderni transatlantici, il comfort miglior\u00f2 nettamente e la traversata poteva durare meno di quindici giorni. Inoltre, sempre pi\u00f9 emigranti sapevano dove stavano andando. Qualcuno era stato informato dai parenti, qualcun altro aveva imparato qualche rudimento di geografia a scuola.<br>Cos\u00ec il viaggio poteva anche regalare emozioni legate a una nuova consapevolezza, come l'atteso passaggio dell'Equatore o, per chi andava in Australia, il transito nel canale di Suez, gli sbarchi ad Aden o a Zanzibar, mitici porti esotici entrati nell'immaginario collettivo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma ancora nel secondo dopoguerra il viaggio per molti emigranti continu\u00f2 a essere un'avventura impegnativa o, quantomeno, memorabile. In Canada, dal porto di Halifax fino alla British Columbia potevano volerci anche otto giorni di automobile.<br><br>L'esperienza era addirittura traumatica per chi era destinato al lavoro nelle miniere del Belgio.<br>Si partiva in \"treni speciali\", che dovevano lasciare la precedenza al traffico ordinario.<br>Si viaggiava in vagoni sigillati, in scompartimenti vecchi e sporchi. Nessuno poteva scendere durante le varie fermate.<br>Nonostante gli umilianti controlli fisici e ideologici effettuati a Milano, si era sottoposti a ulteriori verifiche a ogni passaggio di confine.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per arrivare in Belgio i lavoratori provenienti dal Nord Italia impiegavano tre giorni. Quelli del Sud anche una settimana.<br>Per gli emigranti il costo del viaggio della speranza continuava a essere troppo alto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Come avveniva il viaggio di un emigrante?Innanzitutto, va fatta una distinzione tra l&#8217;emigrazione temporanea e quella permanente. 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