Un secolo di tragedie e di morti bianche

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Il prezzo quotidiano (e scontato) dello sviluppo

L'emigrazione italiana e veneta è spesso ricordata attraverso le storie di chi è riuscito a costruirsi una vita migliore. Più raramente si riflette sul prezzo umano pagato da migliaia di lavoratori impegnati nelle miniere, nei trafori ferroviari e stradali, nelle dighe e nei grandi cantieri alpini. Per oltre un secolo quel prezzo fu considerato quasi inevitabile: una conseguenza dello sviluppo e della necessità di guadagnarsi da vivere.

Le grandi opere che hanno cambiato il volto dell'Europa sono state costruite anche grazie al lavoro di generazioni di emigrati italiani. I cantieri dei trafori del Frejus, del Sempione e del San Gottardo costarono complessivamente centinaia di vite umane. Non una sola grande sciagura, ma un lento e continuo susseguirsi di incidenti, esplosioni, crolli, frane, malattie professionali, infortuni mortali distribuiti lungo tutto l'arco dei lavori. Era un bilancio quasi messo in preventivo, ricordato talvolta solo da una lapide o da un monumento inaugurato alla fine del cantiere.

Izourt: la sciagura dei Pireni

Anche le grandi tragedie collettive potevano scomparire rapidamente dalla memoria.
Il 24 marzo 1939, durante la costruzione della diga dell'Izourt, nei Pirenei francesi, una tormenta di neve di straordinaria intensità e una conseguente slavina travolsero e seppellirono le baracche degli operai, provocando la morte di 31 persone, 29 delle quali erano emigrati italiani. Tra essi, 13 veneti.

Per il numero delle vittime e per la dinamica dell'incidente, Izourt rappresenta una delle più gravi tragedie dell'emigrazione italiana nei cantieri montani. Eppure, la guerra ormai alle porte e un sistema informativo ancora limitato cancellarono la sciagura dalla memoria collettiva.
Le vittime furono inumate nel piccolo cimitero del vicino paese di Vicdessos e abbandonate all'incuria del tempo, fino a essere dimenticate e rimosse per far spazio ad altri morti.
Solo successive ricerche hanno consentito di ricostruire le loro identità e di esporre una lapide e una statua in marmo d'Istria con i nomi degli operai periti nella tragedia. Un gesto di riparazione all'oltraggio della memoria.

Le miniere: il volto più tragico dell'emigrazione

Se i grandi cantieri hanno registrato un continuo tributo di vite umane, fu però il lavoro nelle miniere, e in particolare in quelle di carbone, a conoscere le più gravi tragedie collettive dell'emigrazione italiana.

Il 6 dicembre 1907 un'esplosione nella miniera di Monongah, in West Virginia, provocò 361 morti, tra cui almeno 171 italiani. Ancora oggi è considerata una delle più gravi sciagure minerarie nella storia degli Stati Uniti.

Pochi anni dopo, il 22 ottobre 1913, una nuova esplosione devastò la miniera di Dawson, nel New Mexico. Le vittime furono 263, delle quali 146 italiane. Come se non bastasse, dieci anni più tardi la stessa miniera fu teatro di un secondo grave incidente che colpì ancora una volta numerose famiglie di emigrati, segnando una comunità già profondamente provata.

Per numero di connazionali coinvolti, Monongah e Dawson vanno considerate tragedie italiane.
La distanza dall'Europa, la lentezza delle comunicazioni e la scarsa tutela degli emigrati contribuirono però a relegarle ai margini della memoria pubblica.

La lontananza non basta tuttavia a spiegare il silenzio. Lo dimostra la tragedia di Arsia, in Istria, allora in Italia.
Il 28 febbraio 1940 un'esplosione nella miniera provocò almeno 185 morti. Molti provenivano dal Veneto.
La più grande tragedia mineraria mai avvenuta in territorio italiano passò quasi inosservata.
La cronaca, per lo più locale, esaltava la prontezza dei soccorsi e l'eroismo dei lavoratori.
Il regime fascista preferiva minimizzare l'accaduto per non mettere in discussione le condizioni di lavoro nelle miniere e l'immagine di un'Italia moderna, potente, proiettata nel futuro.

Marcinelle: la tragedia che ha rotto il silenzio

L'8 agosto 1956, nella miniera del Bois du Cazier, a Marcinelle, morirono 262 lavoratori, tra cui 136 italiani, 5 veneti.

Per la prima volta una tragedia dell'emigrazione entrò quasi in tempo reale nelle case degli italiani grazie alla radio, ai giornali e alle immagini diffuse dai nuovi mezzi di comunicazione. Migliaia di persone seguirono con angoscia le operazioni di soccorso, sperando fino all'ultimo che qualcuno potesse essere salvato.

Emblematica fu la grande sottoscrizione promossa dalla rivista belga Le Moustique, che raccolse fondi a favore delle famiglie delle vittime. Era il segno di un cambiamento profondo. La morte del minatore non era più soltanto il dolore di una famiglia o di un paese d'origine. Diventò un lutto condiviso dall'opinione pubblica europea. Marcinelle segnò una svolta: cambiò il modo di raccontare l'emigrazione e contribuì a far maturare una nuova sensibilità verso la dignità dell'uomo e un'attenzione rivolta alla sicurezza sul lavoro.

Mattmark: la tomba di ghiaccio

Per il Veneto, la tragedia destinata a lasciare il segno più profondo fu quella di Mattmark.

Il 30 agosto 1965 una parte del ghiacciaio Allalin, nel Canton Vallese, precipitò sul cantiere della diga in costruzione, travolgendo baracche e operai.
Morirono 88 lavoratori, 56 dei quali italiani. Diciassette erano bellunesi, uno della provincia di Verona.

La vicinanza geografica, il numero delle vittime venete e la forza dei mezzi di comunicazione trasformarono Mattmark in un evento seguito con straordinaria partecipazione emotiva.
Il 1° settembre 1965 Dino Buzzati pubblicò sul Corriere della Sera uno degli articoli più intensi della sua carriera, "L'amara favola", contribuendo a fare di Mattmark il simbolo della condizione degli emigrati italiani impegnati nei grandi cantieri alpini.

L'enorme partecipazione popolare non trovò però riscontro nelle aule di tribunale. Dopo un lungo iter giudiziario gli imputati furono assolti e ai familiari delle vittime fu imposto il pagamento di metà delle spese processuali. «La calamità non era prevedibile». Oltre al danno la beffa.
Per molti fu una seconda drammatica sconfitta, destinata ad alimentare un doloroso senso d'ingiustizia che ancora oggi accompagna il ricordo di Mattmark.

Robiei-Stabiascio e il San Bernardino

Mattmark non segnò la fine di quella stagione di tragedie. Poco più di cinque mesi dopo, tra il 15 e il 16 febbraio 1966, una fuga di gas nella galleria d'adduzione di Robiei-Stabiascio-Gries, in Canton Ticino, provocò 17 vittime: 2 pompieri svizzeri e 15 lavoratori italiani, emigrati. La più grande sciagura mineraria nella storia del Cantone.

L'anno successivo il crollo del ponte della rimonta nel cantiere della galleria del San Bernardino provocò altri 6 morti. Il prezzo pagato dagli emigrati nei lavori sotterranei continuava a essere elevato. La crescente attenzione dell'opinione pubblica non bastava, da sola, a cambiare in poco tempo le condizioni di lavoro nei grandi cantieri.

Una memoria che ci parla ancora

Dopo la rottura creata da Marcinelle, anche le sciagure alpine di Mattmark, Robiei-Stabiascio, San Bernardino e altre ancora contribuirono a scuotere le coscienze. A consolidare questo cambiamento culturale aveva contribuito "in casa" anche il Disastro del Vajont, che il 9 ottobre del 1963 aveva letteralmente spezzato e spazzato via 1910 vite umane tra Veneto e Friuli, toccando con particolare violenza la provincia di Belluno.
Gli impatti ravvicinati di quelle tragedie fecero lentamente maturare non solo un nuovo modo di guardare al lavoro e alla sicurezza, ma anche un nuovo approccio al rapporto tra sviluppo economico e responsabilità.
Dietro ogni traforo, ogni diga, ogni miniera, ogni galleria, ci sono migliaia di vite che hanno contribuito a costruirle e che non possono essere ignorate.
Sopra, sotto, intorno c'è una natura fragile e incombente che va compresa e rispettata, per evitare che tragedie liquidate come “calamità non prevedibili» continuino a ripetersi.