Movimenti nelle retrovie: l’impatto delle guerre sull’emigrazione

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Se si analizzano attentamente i dati delle tre grandi ondate migratorie (1876-1915; 1916-1945; 1946-1976), è evidente che la seconda è stata la meno imponente dal punto di vista numerico.
Le ragioni sono molteplici: le restrizioni all'ingresso introdotte da numerosi Paesi di destinazione (come Stati Uniti e Australia), la politica nazionalistica e anti-emigratoria del regime fascista e, soprattutto, l'impatto delle due guerre mondiali, che interrompono, riducono o addirittura invertono i flussi migratori. Lo dimostrano in modo eloquente i dati relativi agli espatri e ai rimpatri negli anni della Prima guerra mondiale.

Nel 1913, anno di punta delle partenze dalla Penisola, gli espatri dall'Italia sono 872.598, con 176.024 rimpatri.
Quelli dal Veneto 79.800 (con 3.930 rimpatri).

Nel 1915, solo due anni dopo, gli espatri dall'Italia sono 146.019, con 164.418 rimpatri.
Quelli dal Veneto 9.453, con 3.317 rimpatri.

Nell'anno dell'entrata in guerra dell'Italia (1915) si registra addirittura, a livello nazionale, un saldo migratorio positivo (+18.339), dopo i pesanti saldi negativi degli anni precedenti, culminati nel record di -697.574 nel 1913.

La spiegazione è semplice: con la guerra molti giovani italiani residenti all'estero vengono richiamati alle armi. Inoltre, numerosi emigrati, spesso insieme alle loro famiglie, sono costretti a rientrare da Paesi come l'Austria e la Germania, divenuti nemici e ormai ostili alla loro presenza.
La cronaca locale bellunese registra, a pochi giorni dall'entrata in guerra, il rientro in Italia di lavoratrici espulse dall'Austria, insieme a bambini e anziani: in tutto 12.000 persone.
L'Austria felix, la terra promessa di tanti emigranti, è improvvisamente diventata il nemico numero uno.
Non resta che tornare a casa.

A questi effetti immediati e quantitativi se ne aggiungeranno altri, meno evidenti ma destinati a incidere profondamente sulla geografia dell'emigrazione. Quando, nel dopoguerra, le partenze riprendono con grande intensità, raggiungendo un picco straordinario già nel 1920, il nuovo quadro politico europeo modifica profondamente le destinazioni.
Per gli emigranti veneti la Francia, impegnata nella ricostruzione e alleata dell'Italia durante il conflitto, sostituisce progressivamente Austria e Germania come principale meta continentale.

Durante la Prima guerra mondiale, dopo la disfatta di Caporetto dell'ottobre 1917, il territorio compreso tra l'Isonzo e il Piave rimane occupato dalle truppe austro-tedesche per oltre un anno.
Udine, Pordenone, Vittorio Veneto, Belluno e Feltre cadono in mano agli invasori.
Treviso, Venezia e Bassano del Grappa si trovano invece con gli austro-tedeschi alle porte di casa, appena oltre il Piave.
Ad aggravare la situazione contribuisce la fuga di molte autorità civili e di numerosi notabili, che si sottraggono alle proprie responsabilità nei confronti della popolazione.
I cittadini rimasti sono lasciati quasi completamente in balia degli occupanti. A difenderli, spesso mettendo a repentaglio la propria vita, restano soprattutto i parroci, che possono fare leva sull'autorità morale esercitata dalla Chiesa cattolica nei confronti dell'Impero austro-ungarico.

Sotto la pressione dell'occupazione, circa 600.000 civili abbandonano, o sono costretti ad abbandonare, la propria terra.
Tra questi vi sono anche circa 250.000 "non invasi", sgomberati preventivamente dalle autorità militari italiane dai paesi situati a ridosso della linea del Piave.

È un'esperienza senza precedenti, che coinvolge una parte consistente della popolazione veneta e friulana. Così descrive quella drammatica situazione il tenente Tonini, osservando il continuo passaggio dei profughi nella stazione di Padova:
«I treni rigurgitavano di profughi: i vagoni erano tramutati in accampamenti zingareschi: sacchi, valigie, coperte, involti, cestoni; e vecchi e bambini, donne d'ogni età e condizione, pigiati insieme in confusa promiscuità; un vociare senza tregua, un tramestio continuo, un gridìo incessante; povera umanità spaventata, vissuta fino allora nella pace ordinata delle case che aveva dovuto abbandonare da un'ora all'altra e se ne andava verso non si sa dove.»
(Testimonianza tratta da Profughi ovunque dai lontani monti. Da la Grapa fin dó in Secilia, di Massimiliano Pavan, Treviso, Canova, 1987).

I profughi trovano asilo in tutto il territorio nazionale: dal Piemonte alla Calabria, dalla Toscana alla Sicilia. Sono soprattutto donne, anziani e bambini, spesso abbandonati al proprio destino, quasi fossero "randagi". Per assisterli nascono spontaneamente comitati di soccorso, associazioni politiche e professionali, gruppi di volontari. Non mancano, tuttavia, episodi di speculazione sui sussidi, sui viveri e sugli alloggi, dinamiche che purtroppo ritornano anche nelle grandi emergenze dei nostri giorni.

Questo immenso esodo di civili favorisce anche l'incontro, non sempre facile, tra italiani appartenenti a realtà sociali, culturali e linguistiche profondamente diverse.
In molti casi i profughi si sentono foresti in casa propria; in altri, invece, nascono legami destinati a durare nel tempo, come quello tra i sappadini e gli aretini, che continua ancora oggi.

Anche la Seconda guerra mondiale produce fenomeni migratori del tutto eccezionali, confermando il medesimo schema già osservato durante il primo conflitto: la mobilità spontanea si arresta, mentre quella forzata assume proporzioni senza precedenti.

Tra il 1938 e il 1943, in seguito a una serie di accordi bilaterali tra il regime fascista e la Germania nazista, vengono inviati nel Reich circa 500.000 lavoratori italiani. In una prima fase si tratta di manodopera reclutata formalmente su base volontaria e trasferita dalle principali stazioni ferroviarie italiane attraverso partenze organizzate.

Dopo il rovesciamento delle alleanze dell'8 settembre 1943, il quadro cambia radicalmente. L'Italia diventa nemica della Germania e il reclutamento assume forme sempre più coercitive. Agli operai "volontari" si aggiungono circa 650.000 Internati Militari Italiani (IMI), deportati dopo l'armistizio, oltre a decine di migliaia di civili costretti a lavorare nel Reich sotto le pressioni della Repubblica Sociale Italiana e delle autorità tedesche.

Nel complesso, tra il 1938 e il 1945, circa 1,2 milioni di italiani vengono impiegati nell'economia di guerra del Reich: nelle miniere, nell'edilizia, nell'agricoltura e soprattutto nell'industria bellica.
Tra loro sono moltissimi i veneti. Per decenni avevano raggiunto stagionalmente la Germania e l'Austria come lavoratori apprezzati e affidabili; il regime fascista sfrutta proprio queste reti migratorie consolidate, trasformandole in un canale privilegiato di esportazione della manodopera verso il Reich. Una tradizione di emigrazione economica viene così piegata alle esigenze dell'economia di guerra nazista.

Le due guerre mondiali non interrompono soltanto i flussi migratori: ne trasformano profondamente la natura. Alla libera ricerca di lavoro e di migliori condizioni di vita si sostituiscono sempre più spesso partenze obbligate, evacuazioni, deportazioni e rientri forzati. Per migliaia di famiglie venete il viaggio oltre confine non rappresenta più soltanto una speranza di riscatto economico, ma diventa un'esperienza segnata dalla violenza della storia. È una delle pagine meno conosciute dell'emigrazione italiana e veneta e, al tempo stesso, una delle più significative per comprendere come i grandi conflitti del Novecento abbiano cambiato il significato stesso del partire.