Lettere da un altro mondo

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Le lettere proposte, scritte da emigrati veneti, attraversano un arco di tempo di quasi sessant'anni e provengono dai principali Paesi di destinazione dell'emigrazione regionale. Nel loro insieme offrono uno spaccato ricco e variegato dell'esperienza migratoria: dalla prospettiva temporanea di chi parte con la data del ritorno, a quella di chi sa di aver compiuto una scelta irreversibile.
Sono lettere che parlano di affetti lontani e necessari, di nostalgia e speranze, di preoccupazioni economiche. Non mancano consigli e raccomandazioni rivolti a parenti e compaesani in procinto di affrontare il viaggio verso l'ignoto.
Ogni lettera, al fine di essere comprensibile e traducibile anche nelle altre lingue, è presentata in una
traduzione in italiano contemporaneo.
Tutti gli originali delle lettere sono conservati presso il MEV.

LETTERA 1
CONSIGLI PER IL VIAGGIO

Per gentile concessione di Giocondo Dalle Feste

Sneffels (Stati Uniti), 2 febbraio 1900 
Mittente: Giovanni Casaril.
Destinatario: il cognato e compaesano di Gosaldo Giuseppe Dalle Feste.

In quel momento Dalle Feste si trovava a Villapourçon, Dipartimento di Nièvre (Francia), pronto alla partenza per raggiungere Casaril.
Giovanni Casaril, attraverso la lettera, gli dà consigli molto precisi per affrontare il viaggio senza inconvenienti, facendo comprendere quante e quali siano le insidie lungo la strada dell'emigrazione.

Sneffels, 2 febbraio 1900

Carissimo cognato,
rispondo alla vostra cara lettera del 15 gennaio 1900. Da essa ho saputo con piacere che godete buona salute, insieme al cognato Giovanni e ai compagni. Qui da noi pure stiamo bene.
Dalla vostra lettera ho capito che avete intenzione di venire in America e che volete la direzione. Ve la mando volentieri, ma vi consiglierei di scrivere prima a Parigi per il contratto del biglietto e per sapere quanto vi fanno pagare per venire fin qui, a Ouray, Colorado.
Trovo più conveniente rivolgersi alla Compagnia Generale Transatlantica piuttosto che alle agenzie di Le Havre [NdR: città francese sull'Atlantico, con il porto di partenza dei transatlantici nel periodo della grande emigrazione], che potrebbero imbrogliarvi con altre linee. Scrivendo a Parigi vi informeranno di tutto: l’imbarco, il giorno in cui dovrete presentarvi a Le Havre e quanto dovete pagare.
Il contratto fatelo direttamente per Ouray, Colorado. Attento: qui questo paese si pronuncia «Iure».

Da Le Havre a New York ci vogliono circa otto giorni. Quando arrivate a New York vi faranno passare da Castle Garde [NdR: ex forte nella parte meridionale di Manhattan, a New York, dal XIX secolo centro di smistamento per l'emigrazione proveniente dall'Europa].  Lì vi domanderanno dove andate: voi dite «Ouray, Colorado». Vi chiederanno quanti soldi avete: dovete dire la verità, ma fate attenzione ad avere almeno 150 lire, cioè 30 dollari, perché chi non ha quella somma lo rispediscono indietro.

Se vi domandano se andate a trovare qualcuno, dite di no. A Ouray ci sono tanti italiani e vi capiranno. A quelli che vi chiedono se andate a lavorare alla ventura, dite che andate a cercare lavoro. Non vogliono che si vada con indirizzi precisi, vogliono che uno vada alla fortuna [NdR:la traduzione sottolineata è incerta per la difficoltà di trascrizione dall'originale].

Una volta passati da Castle Garden potete dire quello che volete. Da New York a Chicago non ci sono fermate per scendere a mangiare, quindi a Castle Garden vedrete che c’è uno che vende pane, salame e altre cose: fate un po’ di provvista perché la strada è lunga. Fino a Chicago ci vogliono tre giorni. Lì vi fermerete 12 ore, poi partirete per Denver (altri due giorni). A Denver altra fermata di 12 ore, e poi per Ouray (altri due giorni). In tutto da New York a Ouray sono circa tremila miglia.

Quando arrivate a Ouray la ferrovia finisce, non va più avanti. Scendete e domandate di Matteo Bazel: andate a casa sua, vi faranno mangiare e dormire. Io mi trovo otto miglia più su, sulla montagna. Vi fermerete quanto volete e poi chiedete come arrivare al monte Sneffels. Anch’io sarò lì. Però di queste fermate che vi dico non fate troppo conto: fidatevi del vostro biglietto e chiedete ai conduttori, loro vi indirizzeranno bene. Non abbiate nessun timore quando arrivate in America: qui un bambino di tre anni viaggia come uno di trenta e lo mandano dritto a destinazione.

I lavori vanno sempre allo stesso modo.
Altro non ho da dirvi. Saluti affettuosi al cognato Giovanni. Contraccambiamo i saluti dei compagni.

Vostro affezionatissimo cognato Giovanni Casaril

LETTERE 2 (A, B, C) 
DALLA CRISI ALLA SPERANZA
Per gentile concessione della famiglia Nicolai

Stralci di tre lettere (A, B, C) scritte da Ferdinando Da Ronco da Hurley, negli Stati Uniti, dove è emigrato per lavorare in miniera. Le prime due (A, B) sono indirizzate a un fratello.
La terza (C) è indirizzata alla madre e porta anche la firma di Apollonio, fratello di Ferdinando, nel frattempo arrivato anche lui ad Hurley.
Nelle lettere si registra il passaggio da uno stato di crisi nel lavoro a una svolta positiva che apre nuove prospettive, lasciando spazio all'ottimismo e alla speranza.

A) Hurley (Stati Uniti), 7 giugno 1908 
Mittente: Ferdinando Da Ronco.
Destinatario: un fratello di Ferdinando.

Per ora i lavori vanno un po’ a rilento, però nel complesso in questo bacino minerario non si vede molta gente in giro a spasso. La situazione è questa: se entro un mese portano via il ferro estratto quest’inverno e lo mettono nelle fonderie, allora tutto procederà, magari piano, ma discretamente bene per quest’anno. Altrimenti toccherà stare un po’ in festa. Fino a ora né io né nostro fratello abbiamo perso giornate di lavoro. [...] La crisi sembra passare piano piano. Più che una crisi vera e propria, però, è stata una manovra che i grandi trust americani (le grosse società industriali) hanno voluto fare contro il presidente Roosevelt, perché lui gli fa la guerra: dice che guadagnano troppo e che commettono frodi e altre porcherie. Su questo ci sarebbe tanto da raccontarti, ma ci vorrebbe la penna di un Barzini o di un De Amicis. D’altronde l’anno che scade il mandato del Presidente è sempre magro e con poco lavoro. Però la speranza è sempre buona; guai se ci mancasse quella, povera gente che lavora. [...]

B) Hurley (Stati Uniti), 18 luglio 1909 
Mittente: Ferdinando Da Ronco.
Destinatario: un fratello di Ferdinando.

La crisi non è ancora passata, e le ferite che ha lasciato (Dio non volesse) non fanno sperare in una guarigione rapida. Il prezzo del ferro si mantiene piuttosto alto, ma o perché ci sono pochi compratori, o per colpa delle tariffe doganali che ancora dopo tre mesi di discussione sono in via di approvazione alla Camera di Washington, il fatto è che il ferro estratto quest’inverno è ancora quasi tutto ammucchiato vicino ai pozzi delle miniere. Com’è strana questa America! Si sentono i commenti più disparati, senza il minimo fondo di verità, e due o tre grossi signori spadroneggiano come despoti… Basta. Per il momento sarebbe un salto nel buio attirare qui altra gente in cerca di lavoro: ce ne sono già troppi con le braccia incrociate. [...]

C) Hurley (Stati Uniti), 29 novembre 1909 
Mittente: Ferdinando e Apollonio Da Ronco.
Destinatario: la mamma dei due fratelli.

Qui le cose vanno meglio, cara madre: la prosperità, l’industria e il commercio crescono sempre di più, e gli esperti di finanza prevedono per il 1910 un bel movimento di lavoro con salari decenti. Così le speranze deluse di tanti emigranti potranno finalmente realizzarsi. Era anche ora, dopo due anni di attesa e delusioni! [...]

LETTERA 3
FREQUENTAZIONI MITTELEUROPEE
Per gentile concessione di Marco Moretta

Salisburgo (Austria), agosto 1909 
Mittente: Marco Giacin.
Destinatari: Battista ed Enrico Di Lorenzo.

Lettera scritta da Marco Giacin e spedita ai nipoti Battista ed Enrico De Lorenzo a Leitmeritz (nell'attuale Repubblica Ceca, all'epoca Impero Austro-Ungarico). Una testimonianza dell'emigrazione temporanea come movimento in un mondo noto, dove è relativamente facile incrociare le esistenze e dove è attesa consuetudine fare ritorno a casa.

Carissimi nipoti Titta e Rico,
vi scrivo questa mia lettera per dirvi che io sto bene, e spero e desidero che sia così anche per voi. Da circa un mese il tempo si è un po' rimesso al bello, quindi spero che abbiate fatto buoni affari e che abbiate già ottenuto il permesso nel modo in cui l'avevate richiesto.

Con ogni probabilità, oggi otto partirò per ritornare a casa: laggiù ci sono i muratori al lavoro e c'è bisogno della mia presenza per provvedere a tutto ciò che occorre.
Partirò da qui martedì sera, il 24 corrente mese, alle 23:10, prendendo la nuova ferrovia dei Tauri, e l'arrivo a Dobbiaco è previsto per le 8:30 del mattino.

Non ho altro da aggiungere. Credo che tra breve tornerete a casa tutti e due; se passate da queste parti, così da poterci fare compagnia, mi farebbe davvero molto piacere.
Anzi, aspetto vostre notizie a questo proposito. Vi bacio e vi saluto, il vostro zio Giacin Marco

Salisburgo, 17 agosto 1909

LETTERA 4 
IN FRANCIA, MALE. COME VA IN BRASILE?
Per gentile concessione di Dario De Bortoli 

Figanières (Francia), 6 giugno 1914 
Mittente: Giacomo Dalla Costa.
Destinatario: Gaspare Dalla Costa.

Lettera di Giacomo Dalla Costa al fratello Gaspare, entrambi di Pederobba (Treviso). Dalla Francia, Giacomo chiede con ansia e sollecitudine a Gaspare, emigrato con la famiglia in Brasile, se oltreoceano vi siano delle possibilità di lavoro anche per lui, così «da prendere una paga che permetta di vivere».

Figanières, 6 giugno 1914

Carissimo fratello,
sono davvero sorpreso di non ricevere tue notizie. Ti ho scritto ben tre lettere senza mai avere una risposta; temo proprio che si siano perse. Ti prego di scrivermi il prima possibile. Dimmi cosa fai costì e raccontami come hanno concluso la loro vita i nostri poveri genitori, e come stanno sorelle e cognati. Dimmi anche come ti trovi in quel paese, se stai bene o male, e se il posto è grande o piccolo e quanti abitanti fa. Dammi notizie della tua famiglia. Per quanto mi riguarda, ho sempre lavorato qui in Europa e mi sono sposato in Francia, a Figanières; sono già sposato da dodici anni e ho due bambine. Lo scorso marzo sono andato in Italia a trovare i nostri fratelli. Di mestiere faccio il falegname e il bottaio: dimmi se dalle tue parti c'è lavoro per questi mestieri. Fammi sapere se si riesce a guadagnare una buona giornata, perché qui da noi le cose vanno molto male. Se lì il lavoro andasse bene, tanto da prendere una paga che permetta di vivere, o se ci fosse la possibilità di avviare un'attività di pizzicagnolo, un'osteria o qualcos'altro fammelo sapere, perché sarei davvero deciso a raggiungerti. Non mi resta altro da dirti, se non salutare te e la tua famiglia. Ricevi tanti baci da tuo fratello, da tua cognata e dalle tue nipoti,

Giacomo Dalla Costa

LETTERA 5
QUI IL MARCO NON VALE NIENTE
Per gentile concessione di Ettore Licini 

Hoppetenzell (Germania), 11 dicembre 1921 
Mittente: Lorenzo Licini. 
Destinatario: il fratello.

Lettera di Lorenzo Licini al fratello, di Alano di Piave, spedita da Hoppetenzell, frazione di Stockach, land del Baden-Württemberg. Si preannuncia la grande crisi economica che porterà alla spirale inflazionistica del marco, mettendo in ginocchio la Germania e rendendo impossibile anche il periodico ritorno a casa per molti emigranti.   

Hoppetenzell, 11 dicembre 1921

Caro Fratello,
anche quest’anno ho il piacere di augurarti Buone Feste Natalizie e un felice Anno Nuovo a te, alla famiglia, ai parenti e agli amici.
Io sto bene in salute e anche mia moglie lo stesso. Speriamo che sia così per tutti voi.
Per gli affari qui va così così, pian pianino. Ho lavorato quasi tutta l’estate. Con il lavoro si tira avanti la vita, però i guadagni sono pochi: si guadagnano tanti soldi, ma alla fine non resta niente in mano. Qui pagano i lavoranti circa 100 Marchi al giorno, ma per vivere bene ce ne vorrebbero almeno 150. Tutto è caro e i prezzi continuano a salire.

Fammi sapere come vanno le cose da voi, soprattutto per quanto riguarda il fabbricato. Siete ancora nella stessa situazione o è migliorata? Se il nostro denaro valesse qualcosa, mi piacerebbe tanto venire a trovarti quest’inverno, ma non vale niente. Ci vorrebbe un sacco pieno… Io non ce l’ho nemmeno mezzo.
Il Marco Tedesco oggi vale 2 franchi svizzeri.

Sei diventato nonno? Se da noi va così, spero che tu diventi bisnonno prima che io diventi padre!
Vi salutiamo di tutto cuore e vi auguriamo tanta salute, tanti soldi e il tempo per goderveli.

Tuo fratello e tua cognata
Lorenzo e Filipina Licini

LETTERA 6
FINALMENTE SO DI VOI, DOPO CINQUE ANNI
Per gentile concessione di Carmen Castagna

Casca (Brasile), 11 aprile 1946
Mittente: non identificato (lettera parziale).
Destinatario: Vincenzo Ben.

Parte di una lettera spedita da Casca (Rio Grande do Sul, Brasile) a Villanova di Taibon Agordino in data 11 aprile 1946, indirizzata a Vincenzo Ben. Dopo cinque anni, un figlio (o una figlia) ha avuto notizie del padre e della famiglia lasciata in Veneto. Sullo sfondo le ombre della guerra da poco finita in Italia e delle recenti persecuzioni nazionalistiche contro gli italiani in Brasile. Forse anche queste situazioni hanno reso difficile la comunicazione epistolare.   

Casca, 11 aprile 1946

Carissimo Padre e tutta la famiglia,
finalmente, dopo più di cinque anni, oggi ho ricevuto la vostra lettera del 10 gennaio 1946. Sono rimasto contentissimo nel sapere che per lo meno siete tutti sani e salvi… cosa che non tutti possono dire in questi tempi!

Anche noi siamo stati abbastanza perseguitati. Chi si lasciava scappare qualche parola in italiano… Però io me la sono sempre cavata bene: non ho mai conosciuto la prigione!

Abbiamo passato anni di una siccità terribile, con i prezzi dei viveri aumentati in modo esagerato! Però non come da voi. Ora ho venduto qui quel poco che avevamo per cercare di migliorare la nostra situazione. Qui abbiamo vissuto, allevato e istruito le ragazze fino alla sesta classe.
La Flora fa la modista: lavora a macchina e a mano. Solo che qui pagano poco gli operai: si guadagna giusto per vivere, con molta economia. La Lucia lavora insieme alla Flora e alla Giovanna. L’Olga Maria si è sposata il 16 marzo 1946, quindi non viene più con noi a Santa Catarina. Ha sposato un figlio di un ricco commerciante. Così, se Dio le darà salute, il resto non le mancherà.

Vi mando anche la fotografia, fatta apposta per voi prima che la famiglia cominciasse a dividersi.

LETTERA 7
MIO CARO MARITO, PERCHÉ NON MI SCRIVI?

San Gallo (Svizzera), 4 ottobre 1951
Mittente: Amelia Nenz.
Destinatario: il marito. 

Lettera al marito scritta da Amelia Nenz, balia a San Gallo (Svizzera). Un documento intenso e toccante, che esprime il bisogno di una moglie e madre di comunicare, di avere notizia da casa, di continuare un rapporto di amore e d'affetto.
Un documento che apre uno scorcio illuminante sulla condizione di solitudine psicologica delle balie.

San Gallo, 4 ottobre 1951

Mio caro marito,
cinque mesi fa, proprio come stasera alle otto, la nostra cara bambina aveva appena due ore di vita. La nostra gioia era grandissima nel vederla lì accanto a noi. Ti ricordi come eravamo felici di avere tra le braccia il frutto del nostro amore?

Ora invece sono qui sola, triste e pensierosa. La penna scrive, ma il cuore piange. È già giovedì sera e ancora non ho ricevuto tue notizie. È la seconda volta che mi fai sospirare così tanto. Pensa che sono lontana… l’unica consolazione che ho sei tu, quando ricevo una tua lettera. Il giorno più bello per me è quello in cui arriva la tua posta, e tu me lo vuoi negare? Perché? Forse ho scritto qualche parola di troppo che non meritavi? Fammi un’osservazione, sgridami, ma non privarmi delle tue lettere. Non me lo merito.

Non posso credere che tu mi abbia scritto e che la lettera sia andata perduta. Ernesto mio caro, ti prego a mani giunte: sii puntuale nello scrivermi, non lasciarmi più tanto tempo senza notizie. Se quando eravamo vicini qualche volta ti ho sgridato perché ti fermavi fuori più del dovuto, ti chiedo perdono. Ma ora ho tanto bisogno del tuo affetto, di una tua parola di consolazione. Non starai mica male? O forse la bambina?

Essere così lontani e stare più di una settimana senza una riga è una cosa molto dolorosa per me, credimi. Ti prego, non far passare il giorno in cui devi scrivermi. Da martedì sera, che è il giorno in cui di solito ricevo la tua lettera, è già giovedì… e domani è venerdì. Vivo solo con la speranza di ricevere tue notizie. Guai se passa anche domani.

Mi girano tanti pensieri per la testa che non puoi neanche immaginare, amore mio. Dimmi tante cose di te e della nostra cara piccolina. Cosa fa di bello? Mi hanno scritto che diventa sempre più sveglia e birichina. Con questa mia spero di sapervi tutti e due in ottima salute, come sto io.
Io continuo bene, solo il pensiero di voi mi rattrista. Questa settimana poi, senza una riga, sono proprio desolata.
Mio caro, ti prego ancora una volta: sii puntuale nello scrivermi. O vuoi lasciarmi in pena come ti ho lasciato io quando eri prigioniero e non ti ho mai scritto? Lo so, sono stata cattiva… però non ho mai guardato nessun altro. Ora siamo marito e moglie, abbiamo una bambina del nostro sangue, e io qui ho tanto bisogno di una tua parola affettuosa. Non me la negare, amore mio.

Lunedì ti ho spedito cento franchi. Spero ti arrivino questa settimana. Per favore, manda 200 lire per vaglia agli orfanelli e a quelli che ci hanno regalato i santi per il nostro matrimonio. Ci diranno una preghiera, ora e sempre. Ne abbiamo tanto bisogno.
I vaglia sono nel cassetto del comò, dove tieni i fazzoletti. Poi pagherai Bepi Piai o dove avevi pagato l’altra volta.

Sperando di trovarvi bene, un caro e affettuoso abbraccio e tanti baci a te e alla nostra Odette.
Tua Amelia
Scrivimi, scrivimi e sii puntuale, ti prego. Salutissimi a casa tua, a casa mia e a tutti i parenti. Di nuovo tanti saluti e buona notte.

Ora vado a dare da mangiare a un bambino piccolo e due volte al giorno do da mangiare anche a una bambina che si chiama Rita. È tanto carina, proprio come la nostra nipotina Rita

LETTERA 8
CARISSIMO PAPÀ, POTRESTE AIUTARE LA MIA AMICA ANNA? 

Per gentile concessione di Emilio Dalle Mule

Zurigo (Svizzera), 27 giugno 1951
Mittente: Lia Mezzomo.
Destinatari: il papà e la sorella.

Lettera spedita da Zurigo a Ignan di Santa Giustina (Belluno), con data 27 giugno 1951.
Lia Mezzomo scrive al papà e alla sorella Giustina, esprimendo preoccupazione per una disavventura capitata all'amica Anna, cui sono stati sottratti tutti i risparmi alla frontiera del Brennero. Anche nella semplice richiesta di un consiglio e di un eventuale aiuto, traspare un naturale senso di solidarietà.

Carissimi Papà e Tina,

Tornando dal lavoro ho trovato una cartolina di Dina Mezzomo, in cui mi dice che stasera passerà da Zurigo diretta in Italia. Così, tramite lei, posso mandarvi il pacchetto che avrebbe dovuto arrivarvi la settimana scorsa, e di cui avete già letto nel biglietto allegato alla lettera di Fabia. Speravo di trovare una vostra lettera stasera, e invece niente. In realtà pretendo un po’ troppo, visto che ho ricevuto posta anche da Renato. In compenso mi ha scritto la mia amica Anna Fabbian da Costalta: è disperata per quello che le è successo alla dogana del Brennero. Le hanno sequestrato tutti i suoi risparmi, 300.000 lire! È davvero a pezzi e dispiace moltissimo anche a me, perché so bene quanto ha sudato e quanti sacrifici ha fatto, risparmiando persino sul mangiare, pur di mettere da parte qualcosa per sposarsi e aiutare la sua famiglia che, si può dire, è davvero nella miseria. Ti dico questo, papà, perché so che tu sai dare sempre ottimi consigli in queste situazioni. Visto che conosci Albino, non potresti scrivergli e vedere se si può sistemare la faccenda? Faresti un enorme favore ad Anna e anche a me. Sinceramente, non ho mai sentito che sequestrino i soldi ai lavoratori che rientrano dalla Svizzera. Anche Antonio mi ha scritto una bellissima lettera; mi dice che si trova bene laggiù, anche se di lavoro ce n'è davvero parecchio. Adesso devo rispondere a un po' di persone, ma aspetto prima la decisione di Tina per potermi regolare e fissare la data del mio ritorno. Anche la mia collega d’ufficio aspetta una risposta per organizzarsi. In fabbrica sembra che le cose vadano un po’ meglio, anche con il capo. La macchina è ancora rotta, quindi mi spostano un po’ qua e un po’ là. Né il padrone né il capo sanno ancora che sto per licenziarmi e partire. Il tempo è ancora molto primaverile, il che è perfetto per noi che dobbiamo fare mezz’ora di strada a piedi sia la mattina che la sera. Nonostante questo, la sera siamo così stanche che sogniamo una bicicletta come voi sognate l’aeroplano! Per il resto, nessuna novità. Mandatemi del formaggio – formaggio e ancora formaggio! E nient’altro, così non carichiamo troppo la Dina. Raccontatemi ancora cosa fa Sandro, mi diverto un mondo a sentire le sue birichinate. Salutatemi Nora e ditele che non ho tempo di scriverle una lettera tutta per lei; salutatemi anche Nino. Un mondo di baci a Sandro e a voi, Lia Un grande bacio a tutti, Fabia

LETTERA 9
LUTTI A DISTANZA  

Per gentile concessione di Teresa D'Incà

Tunuyán (Argentina), 2 marzo 1959
Mittente: Angelina D'Incà
Destinataria: la cognata. 

Lettera scritta da Angelina D'Incà, emigrante bellunese, e spedita in Italia, a Belluno, alla cognata.
Angelina manifesta il suo dolore nell'aver appreso la morte della propria sorella e, insieme, esprime il disagio di dover comunicare la morte del genero dopo tre mesi di sofferenza. Emigrare, soprattutto oltreoceano, significa anche elaborare lutti a distanza. 

Carissima cognata e tutta la famiglia,
con tanto dolore ho saputo della morte della mia povera sorella Odilla. Mi rassegno però, sapendo che stava sempre a letto e non poteva più camminare. Che il buon Dio la tenga in grazia. Io prego tanto per lei.

Ma devo purtroppo annunciarvi un’altra disgrazia. Lo sposo di mia figlia Candida ha sofferto per tre mesi, alla fine l’hanno portato all’ospedale dove l’hanno seguito tre dottori di buona fama, ma è stato tutto inutile. È morto il 17 febbraio. Siamo rimasti io e Candida. Lei è abbastanza rassegnata, perché lo ha visto soffrire tanto, poveretto.

Io riesco appena a camminare con il bastone, perché sono più di tredici mesi (cancellato, Ndr) anni che ho avuto quell’incidente. I dottori non credevano che sarei sopravvissuta: mi avevano completamente spezzato la gamba sinistra. Devo dire grazie a Sant'Antonio, che è tanto miracoloso, e a Dio che mi ha salvata. Adesso sto abbastanza bene, mangio di tutto, anche se sono ormai vecchia.
Mia figlia invece mangia tanta verdura perché ha lo zucchero nel sangue e deve prendere tanti rimedi.

Termino qui lasciando a tutti voi un affettuoso saluto. Salutatemi anche i figli di Norina, mia sorella, anche se non so più quanti sono.
Insomma, tanti saluti a tutti voi che siete tanti, vero? Grazie a Dio state tutti bene. Desidero che continuiate così per sempre.

Cognata e nipoti tutti, per sempre.

Angelina D’Incà V. Speranza
Calle Ermani N. 189 Tunuyán