I mestieri simbolo dell’emigrazione temporanea

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Quando si parla di mestieri dell'emigrazione temporanea va necessariamente evocato un mondo in movimento, dove la dimensione artigianale e quella commerciale sono strettamente connesse.
Ci sono mestieri itineranti ormai consueti, praticati in Veneto come in altre parti d'Italia: servizi di manutenzione, riparazione, trasporto e vendita. Il moléta (arrotino), l'ombrelàro (riparatore d'ombrelli), lo spazzacamìn (spazzacamino).
C'è il barcàro che naviga lungo i fiumi del Veneto con i burci, tipiche imbarcazioni a fondo piatto per il trasporto delle merci. Qualcuno porta addirittura l'acqua potabile dal Brenta a Venezia, dove entrano in azione le bigolanti, in genere giovani emigrate che la vendono (l'acqua) tra calli e campielli, trasportandola con i bigoli, le aste di legno ad arco alle quali si agganciano i secchi.

Anche le attività agricole, pastorali e boschive si svolgono in movimento e spesso portano lontano da casa.
I braccianti agricoli della pianura dei latifondi – in particolare nella provincia di Rovigo – sono abituati a spostarsi in vaste aree, sconfinando anche fuori regione, alla ricerca di lavori a cottimo, inseguendo le stagioni e i cicli colturali.
Gli sfalciatori veneti si muovono in squadre organizzate ed efficienti per svolgere il loro lavoro dal Trentino ai Paesi della Mitteleuropa.
Dal territorio di fondovalle tra Feltre e Belluno partono le ciòde (così chiamate per l'uso di scarpe chiodate), quasi sempre giovanissime, destinate ai lavori agricoli stagionali nel Trentino e spesso "comprate" nel mercato di Trento.
I pastori transumanti seguono regolarmente i loro percorsi dagli altopiani di Asiago o di Lamon verso le pianure venete o lombarde, dove svernano, per poi fare ritorno in quota a primavera.

Anche i boscaioli del Bellunese e dell'Altopiano di Asiago, altamente specializzati e ricercati, si spostano lontano.
I segantini, specialisti del taglio a quattro mani, arrivano a emigrare nei cantieri boschivi dell'Europa centrale e orientale, specialmente in Slavonia e nei Balcani; qualcuno si spinge anche oltreoceano, sino alle foreste delle sequoie giganti della California.
Inizialmente collegato alla silvicoltura veneta è il mestiere degli zattieri (zatèr) e dei menadàs del Piave e del Boite, che si distinguono per la loro leggendaria capacità professionale. Sono maestri insuperabili delle menàde (fluitazioni), parte integrante di un complesso e organizzato sistema preindustriale di distribuzione del legno cadorino che, alla fine del Settecento, arriva a portare all'Arsenale di Venezia fino a 350.000 tronchi all'anno. La progressiva decadenza della Serenissima Repubblica porta gli zattieri del Piave a cercare fortuna altrove: dall'area carpatico-danubiana dell'Impero austroungarico ai fiumi dell'America Settentrionale.
Al bosco è strettamente legato anche il lavoro dei carbonèri, che utilizzano il sistema del pojat per la produzione del carbone da legna.
I cimbri dell'Altopiano di Asiago e dell'Alpago-Cansiglio si distinguono anche come artigiani del legno (tzimbarar), specializzati nella lavorazione e nella vendita delle scatole per la conservazione degli alimenti, tanto da essere chiamati scatoleri.

L'Agordino è il mondo dei seggiolai – i cosiddetti conze o careghète – abili impagliatori di sedie. Una microeconomia nata a Tiser (Gosaldo) già nel XVIII secolo. Il careghèta è un antesignano del just in time e della pronta consegna. Emigra dal 24 agosto (sagra di San Bartolomeo) fino ai primi di maggio. Arriva con i ferri del mestiere in Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte, Toscana e quindi in vari Paesi d'Europa. Cerca e trova la materia prima (erba palustre) sul posto, organizza depositi di paglia e cordoncino. Si muove acrobaticamente, prima a piedi, poi con carretti e biciclette. Porta con sé anche i gabùri (garzoni di 10-12 anni). In un'ora è in grado d'impagliare una sedia normale. Un mestiere, a suo modo creativo, che scompare con l'avvento dell'industria del mobile.

Dal legno alla pietra il passo è breve. Il Longaronese è la patria dei taiapière (cavatori) e degli scalpelìn (scalpellini) di Castellavazzo, apprezzati anche fuori dal loro territorio e destinati all'emigrazione temporanea.
Questi specialisti si affiancano a molti altri lavoratori veneti che si distinguono come minatori e tecnici delle miniere, nel settore edile e nella costruzione di grandi opere: dagli esamponèr, i lavoratori delle ferrovie, ai manovali e alle maestranze che danno un contributo fondamentale alla realizzazione dei grandi trafori e di alcune fra le più importanti dighe d'Europa e del mondo.

Nel novero dei mestieri itineranti occupano un posto speciale quelli originatisi in Comelico, territorio dall'anima ladina e prossimo al mondo germanofono. Da qui partono per decenni i clonpär, stagnàri o stagnini, riparatori di pentole, e i cromèr o cromàri, assimilabili ai friulani cramârs (dal tedesco Kram, "merce"): piccoli artigiani e mercanti ambulanti diretti a piedi, fin dal XVII secolo, verso i Paesi dell'Europa centro-orientale, con le loro cassette a scomparti piene di mercanzie.
Una consuetudine diffusa anche nei territori limitrofi del Friuli e del Trentino, con diverse specializzazioni: dai venditori ambulanti di manufatti in vetro prodotti dai fiolèr (vetrai) veneziani ai tesini della vicina Valsugana, che propongono sui mercati dell'Europa centrale le pregiate stampe realizzate dai Remondini di Bassano del Grappa. Fino alle "mitiche" venditrici bellunesi: le cròmere (o cromère), provenienti soprattutto da Lamon, che con i loro tessuti e prodotti di merceria percorrono le strade di tutta la Svizzera.

Da Zoldo, verso la metà dell'Ottocento, cominciano a emigrare verso le piazze di Milano gli scòti, i venditori di caldarroste, pere cotte e caramèi, frutta caramellata, che richiamano i clienti con la caratteristica cantilena «scòti-peri-còti».
Organizzati in compagnie, gli scòti creano una filiera solidale di lavoro: c'è chi acquista la merce a "chilometro zero", chi è addetto alla cassa o alla mensa comune, chi alla vendita lungo le vie.
Questi ambulanti di dolciumi sono gli antesignani dei mitici gelatieri zoldani e cadorini, partiti proprio dalla strada e oggi proprietari di prestigiosi locali in tutto il mondo, simbolo per eccellenza dei mestieri che hanno caratterizzato l'emigrazione temporanea dal Veneto.