Gelati: il lato dolce dell’emigrazione veneta

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La tradizione del gelato affonda le sue radici in un passato lontano. Forse già nell'antica Roma. Negli scritti di Plinio il Vecchio fa capolino la dulcis nix, probabilmente un antenato del sorbetto, ottenuto con ghiaccio finemente tritato, miele e succo di limone. Per produrlo – in quantità limitate e a beneficio delle classi più agiate – i nivaroli si spingevano fino alle pendici dell'Etna per raccogliere il ghiaccio, poi conservato nei dolia dei thermopolia, i “fast-food” dell'antica Roma.

Dopo questi primi esordi e la sua scomparsa nel Medioevo, il gelato ricompare nel Rinascimento. Tra i pionieri vengono ricordati due maestri fiorentini: un certo Ruggeri, pasticcere al seguito di Caterina de' Medici alla corte di Francia, e Bernardo Buontalenti.

Nel Seicento si afferma il gelato siciliano: il sorbetto, lo sherbet della tradizione araba. Perfezionato dal palermitano Francesco Procopio dei Coltelli, conquista Parigi nel celebre Café Procope. Rimane tuttavia un prodotto d'élite, riservato ai salotti dell'aristocrazia europea.

È solo nel Settecento che il gelato fa la sua comparsa nella Val di Zoldo.
Come si racconta, un certo Bocci, aiuto pasticcere imperiale a Vienna, comincia a venderlo con un piccolo carretto lungo le stesse strade già percorse dai merciai ambulanti.
Ma perché proprio la montagna diventa la culla dell'arte gelatiera?
La risposta nasce dall'incontro tra necessità, ingegno e un prezioso alleato naturale: il freddo.
Oggi il gelato dipende da sofisticati sistemi di refrigerazione. Ma fino alla metà dell'Ottocento il ghiaccio non poteva essere prodotto artificialmente. La prima macchina per fabbricarlo venne brevettata soltanto nel 1851 dal medico americano John Gorrie, mentre il primo frigorifero elettrico domestico arrivò sul mercato solo nel 1913.
Per secoli, dunque, il ghiaccio dovette essere trovato. E la montagna ne offriva la disponibilità. Ghiacciai e nevai, allora molto più estesi di oggi, fornivano la materia prima, mentre profonde cantine o isolate ghiacciaie consentivano di conservarla fino all'estate.
La povera agricoltura di montagna metteva inoltre a disposizione gran parte degli ingredienti necessari: latte fresco, panna e uova. Mancava, però, quello più prezioso e costoso: lo zucchero.
I gelatieri della Val di Zoldo e del Cadore risolsero il problema acquistandolo a credito dai grossisti delle città della Mitteleuropa dove emigravano stagionalmente, soprattutto in Austria e Germania. Il debito veniva saldato con gli incassi dell'estate.

La preparazione del gelato richiedeva pazienza, esperienza e abilità manuale. Latte, panna, uova, zucchero e aromi naturali venivano dapprima amalgamati fino a ottenere una miscela omogenea. Questa veniva poi versata in un recipiente metallico inserito all'interno di una caratteristica mastella concentrica di legno, come quella esposta al MEV. Nell'anello tra il recipiente interno e la parete esterna si collocava una miscela di ghiaccio tritato e sale grosso: il sale abbassava la temperatura ben al di sotto dello zero e permetteva alla crema di congelare.

A questo punto iniziava la fase più delicata: la mantecazione. Girando lentamente una manovella per una quarantina di minuti, il gelatiere manteneva la miscela in continuo movimento, staccandola dalle pareti gelate del recipiente. Era proprio questo paziente lavoro manuale che impediva la formazione di grossi cristalli di ghiaccio, incorporava aria e conferiva al gelato la sua consistenza cremosa.
Una volta pronto, il gelato veniva trasferito in contenitori isolati con ghiaccio e sale, che ne consentivano il trasporto e la vendita ambulante.

Nella seconda metà dell'Ottocento i gelatieri zoldani e cadorini organizzarono la vendita in modo sempre più strategico. Antonio Tomea piazzò i primi carrettini davanti al Prater e a Schönbrunn, a Vienna. Fu l'inizio di un'inarrestabile ascesa. Nel 1890 era già a Lipsia con ventiquattro carrettini, pioniere di quel mercato tedesco dove il gelato veneto è tuttora sinonimo di qualità italiana.

Nel 1903 il cadorino Italo Marchioni (poi americanizzato in Marchiony) brevettò a Washington il mold for forming biscuit cups (U.S. Patent n. 746.971): uno stampo per produrre coppe commestibili. Fu il colpo di genio da cui prese forma il cono, contribuendo alla diffusione planetaria del gelato. Grazie a questa innovazione il gelato divenne uno dei più amati prodotti dello street food mondiale.

Tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento molti Paesi europei vietarono il commercio ambulante. I gelatieri veneti seppero ancora una volta adattarsi ai cambiamenti: i carrettini lasciarono progressivamente il posto alle botteghe artigiane, destinate a trasformarsi nelle gelaterie che ancora oggi s'incontrano in Germania, Austria, Olanda e in molti altri Paesi del mondo, dall'Argentina all'Australia.

Una storia di ingegno, lavoro e capacità d'innovazione che ha trasformato un semplice dolce, nato dall'antica mobilità stagionale dei veneti, in un prodotto universale. Uno dei simboli del successo dell'imprenditorialità italiana e veneta nel mondo.