Quando si parla di emigrazione italiana si pensa quasi sempre agli espatri. Eppure, accanto alle grandi partenze verso le Americhe, l'Europa o l'Australia, è esistito e continua a esistere un altro imponente fenomeno migratorio: quello degli spostamenti all'interno dei confini nazionali.
I dati dell'ISTAT consentono oggi di misurarne l'entità.
Tra il 2001 e il 2024 circa 7,8 milioni di persone hanno cambiato regione di residenza.
In sette regioni – Campania, Sicilia, Puglia, Calabria, Basilicata, Molise e Sardegna – le partenze hanno superato gli arrivi; nelle altre tredici il saldo è stato positivo. La Campania registra il dato negativo più elevato (-472.000 residenti), mentre Lombardia (+329.000), Emilia-Romagna (+308.000), Toscana (+131.000) e Veneto (+108.000) sono oggi tra le regioni più attrattive.
Questa realtà, tuttavia, affonda le proprie radici in un tempo molto più lontano.
Anche l'emigrazione veneta ha conosciuto una significativa componente interna, sia nella forma stagionale e temporanea, sia in quella definitiva. Per secoli artigiani ambulanti, seggiolai, gelatieri, arrotini, lavoratori agricoli e altre categorie professionali hanno attraversato l'Italia seguendo i ritmi del lavoro e delle stagioni. Molte bellunesi, le giovanissime ciòde, raggiungevano il Trentino per i lavori agricoli stagionali. Venezia esercitava una forte attrazione per il lavoro domestico, alberghiero e commerciale, mentre, nel Novecento, il polo industriale di Mestre-Marghera richiamò migliaia di lavoratori provenienti dall'intera regione.
Tra le protagoniste di questa mobilità vi furono anche molte donne.
Domestiche, donne di servizio e soprattutto balie lasciavano i paesi del Bellunese per trasferirsi nelle grandi città italiane.
Per molte di loro significava affrontare un doloroso distacco dalla famiglia e dalla comunità d'origine, ma anche trovare un'occasione di autonomia economica e di emancipazione personale, in ambienti urbani che offrivano nuove esperienze di vita, di lavoro e di crescita culturale.
L'emigrazione interna assunse dimensioni ancora maggiori tra le due guerre mondiali.
Anche per effetto della politica autarchica del regime fascista, decine di migliaia di veneti si spostarono verso il Triangolo industriale Milano-Torino-Genova, dove le grandi industrie, in particolare quelle automobilistiche, richiedevano continuamente nuova manodopera.
Questo flusso proseguì anche nel secondo dopoguerra, fino agli anni Settanta del Novecento, quando il Veneto avviò il proprio straordinario sviluppo industriale.
In pochi decenni il fitto tessuto di piccole e medie imprese trasformò radicalmente l'economia regionale, facendo del Veneto una delle aree più dinamiche e innovative d'Europa. Da terra di emigrazione la regione divenne progressivamente terra d'immigrazione.
Come ogni grande migrazione, anche quella interna fu accompagnata da situazioni di degrado e provvisorietà, come testimonia la proliferazione, negli anni Cinquanta, delle cosiddette “coree”: misere zone abitative della cintura milanese, senza servizi e infrastrutture viarie, che ospitarono soprattutto emigrati dal Sud Italia. Anche il cinema dedicò pagine memorabili a questo fenomeno, da Rocco e i suoi fratelli (1960) di Luchino Visconti alla commedia Napoletani a Milano (1953) di Eduardo De Filippo.
Né mancarono stereotipi, diffidenze e pregiudizi. I divari economici e sociali tra le diverse aree del Paese alimentarono spesso un'immagine semplificata dell'emigrante: il contadino veneto, così come il meridionale giunto nelle fabbriche del Nord, divennero talvolta oggetto di caricature e discriminazioni. Erano gli stessi meccanismi che, in forme diverse, avevano accompagnato l'emigrazione italiana all'estero. Col tempo, tuttavia, la diffusione dell'istruzione, l'uso generalizzato della lingua italiana, i mezzi di comunicazione di massa e, più recentemente, la globalizzazione hanno ridotto o annullato distanze culturali e linguistiche che ancora nel secondo dopoguerra rendevano traumatico anche un semplice trasferimento da una regione all'altra.
Esiste però una forma di emigrazione interna che occupa un posto del tutto particolare nella storia del Veneto: quella verso le terre di bonifica dell'Agro Pontino e della Sardegna.
Negli anni Venti il regime fascista avviò un vasto programma di bonifica integrale delle aree paludose italiane, con l'obiettivo di prosciugare i terreni malsani, combattere la malaria e trasformare vaste superfici improduttive in nuove campagne coltivabili. Era un progetto strettamente collegato alla cosiddetta "battaglia del grano", con cui il regime puntava ad accrescere l'autosufficienza agricola del Paese.
Alla bonifica seguì la colonizzazione. Non bastava rendere fertili quelle terre: occorreva popolarle. Nel 1931 venne istituito il Commissariato per le Migrazioni e la Colonizzazione Interna, incaricato di organizzare il trasferimento di migliaia di famiglie contadine nei nuovi poderi.
Fu una migrazione profondamente diversa da tutte le altre. Non nacque spontaneamente, ma venne pianificata e diretta dallo Stato. Le famiglie furono selezionate, trasferite e insediate secondo un preciso progetto politico e territoriale.
Per questa difficile impresa il regime scelse soprattutto famiglie provenienti dal Veneto. La motivazione non era casuale. I contadini veneti erano ritenuti particolarmente adatti alla colonizzazione agricola: abituati al lavoro dei campi, capaci di gestire autonomamente un podere, organizzati in nuclei familiari numerosi e fortemente coesi. Il Veneto rappresentava inoltre una delle regioni italiane con la maggiore pressione demografica rurale e disponeva quindi di un'ampia popolazione agricola disponibile al trasferimento.
Tra il 1932 e il 1943 nell'Agro Pontino furono trasferite circa 3.400 famiglie, per un totale di oltre 34.000 persone. Il contributo veneto fu il più importante in assoluto. Nacquero così nuove città come Littoria (oggi Latina), Sabaudia, Pontinia, Aprilia e Pomezia.
L'impresa, esaltata dal regime anche attraverso opere celebrative e propagandistiche come il film Sole (1929) di Alessandro Blasetti, comportò grandi sacrifici individuali e collettivi, per condizioni di lavoro estreme, spesso in stato di miseria, in una terra infestata dalla malaria, che colpì anche molti lavoratori e le loro famiglie, con un costo umano non ancora ben quantificato.
Un'esperienza analoga, in proporzioni ridotte, interessò anche la Sardegna, dove nel 1928 sorse Villaggio Mussolini, poi Mussolinia e infine Arborea. I primi centocinquanta coloni arrivarono dal Polesine, seguiti negli anni successivi da famiglie provenienti soprattutto dalle province di Treviso, Vicenza, Padova e Venezia.
Ancora oggi, in questo piccolo comune dell'Oristanese, accanto all'italiano e al sardo continuano a essere parlati i dialetti veneti.
La scelta del regime di affidare ai veneti una parte così rilevante della colonizzazione interna racconta, al di là del contesto politico in cui maturò, una caratteristica riconosciuta da tempo a questa popolazione: la capacità di affrontare collettivamente le grandi sfide. È lo stesso spirito comunitario che ha accompagnato la colonizzazione del Rio Grande do Sul in Brasile, le migrazioni stagionali dei mestieri itineranti spesso organizzati in vere e proprie "compagnie", i grandi cantieri alpini e tante altre pagine della storia dell'emigrazione veneta. Una storia che non si è scritta soltanto oltre i confini nazionali, ma che ha contribuito anche a costruire un'altra Italia.