Tra i lavori più rappresentativi dell'emigrazione veneta occupa un posto di primo piano quello del minatore, non solo con riferimento alle migliaia di partenze verso le miniere di carbone della Vallonia a seguito del Protocollo d'Intesa Italia-Belgio del 1946, ma come fenomeno di più vasta portata, che ha riguardato intere generazioni di emigranti ed è testimoniato già dal XIX secolo.
Nel corso di tutto il Novecento i veneti hanno lavorato nei grandi centri minerari e siderurgici del centro-nord Europa: in Belgio, Lussemburgo, Germania, Francia e Svizzera.
Hanno faticato e talvolta fatto fortuna nelle miniere di carbone del Rio Grande do Sul, a Siderópolis, nata come colonia veneta con il nome di Nova Belluno.
In numero più ridotto, ma significativo, fin dalla fine dell'Ottocento hanno raggiunto anche le miniere d'oro e di diamanti del Sudafrica.
Sono stati minatori in Canada e negli Stati Uniti, creando comunità coese, come quella formatasi nei primi anni del Novecento a Bingham Canyon, nello Utah, dove molti agordini lavoravano nella grande miniera di rame a cielo aperto, uno dei più vasti scavi artificiali realizzati dall'uomo e ancora oggi attiva.
I veneti sono stati anche contagiati dalla febbre dell'oro. Non è un caso che nella valle del Mis, presso Gosaldo, intorno all'omonima osteria sorgesse la frazione California, oggi paese fantasma. Quel nome alimentava la fantasia dei minatori agordini, che cominciavano a sentir parlare della corsa all'oro americana. Qualcuno prese sul serio quelle voci. È il caso del trevigiano Giovanni Dalla Costa, di Pederobba, che da contadino della pedemontana si trasformò in sourdough, termine con cui venivano chiamati i pionieri delle regioni minerarie del Nord America. Dopo avere lavorato nelle miniere di carbone, "Jack Costa" raggiunse l'Alaska, dove la febbre dell'oro offriva nuove opportunità di ricchezza e di avventura. Lì fece fortuna, per poi ritornare nella terra natia ed essere travolto da un destino sventurato.
Le partenze di tantissimi veneti verso le miniere del mondo non sono frutto del caso.
Per molti secoli, e fino a buona parte del Novecento, le miniere e le attività estrattive hanno costituito una componente fondamentale dell'economia italiana. Oggi questo mondo è quasi del tutto scomparso dalla nostra realtà e perfino dalla nostra coscienza storica.
Un rapporto dell'ISPRA del 2020 ha certificato la sostanziale estinzione delle miniere metallifere italiane, mentre il 31 dicembre 2018 ha chiuso l'ultima miniera carbonifera del Paese, quella del Monte Sinni, in Sardegna.
Eppure le miniere sono state una delle radici più profonde della nostra storia. Come la polenta e le rape, hanno alimentato per secoli la fatica e la speranza di intere generazioni. La storia dell'uomo nasce simbolicamente dalla terra: Adamo deriva da Adhamah, il "suolo". Così anche la storia di molte comunità venete è entrata ed è uscita dal ventre della montagna.
In particolare, così è stato per il Veneto, con le sue miniere e la sua antica metallurgia di prossimità, ancora impressa nei nomi dei luoghi. Forno di Zoldo, ad esempio, conserva nella toponomastica il ricordo dei forni fusori dove il minerale estratto localmente veniva trasformato in ferro, chiodi, utensili e attrezzi destinati alla vita quotidiana.
Le miniere hanno inoltre addestrato i veneti ad affrontare la roccia. Hanno formato generazioni di uomini capaci di scavare, perforare, consolidare e lavorare in condizioni estreme.
Questa lunga tradizione mineraria affonda le proprie radici in gran parte dell'arco prealpino veneto.
Nell'Agordino, le miniere di rame della Valle Imperina furono per secoli tra le più importanti d'Europa, alimentando una fiorente attività estrattiva e metallurgica.
Sull'Altopiano di Asiago e nelle montagne vicentine si estraevano soprattutto lignite, caolino e altri minerali destinati alle attività produttive locali, mentre Recoaro sviluppò una significativa attività mineraria legata ai giacimenti di pirite, rame e altri solfuri.
In Lessinia, invece, la ricchezza del sottosuolo favorì soprattutto l'estrazione della pietra e dei pregiati marmi veronesi, impiegati nell'architettura e nell'arte ben oltre i confini regionali.
Il Veneto conobbe così tutte le principali forme dell'attività estrattiva: le miniere in profondità, scavate nel cuore della montagna; le grandi cave a cielo aperto; l'estrazione e la lavorazione delle pietre ornamentali. Attività diverse, accomunate da competenze tecniche elevate, profonda conoscenza della geologia e grande capacità di adattamento.
Da questo patrimonio di esperienze nacque una vera cultura mineraria. Minatori, perforatori, rocciatori, fuochini e tecnici acquisirono conoscenze che avrebbero trovato applicazione ben oltre il settore estrattivo: nei grandi trafori alpini, nelle dighe, nelle gallerie idroelettriche e nelle grandi opere che hanno cambiato il volto dell'Europa e del mondo.
A consolidare questa tradizione contribuì anche la formazione tecnica. Nel 1867 venne fondato ad Agordo il Regio Istituto Minerario, destinato a diventare uno dei principali istituti italiani per la formazione dei tecnici minerari. Da quelle aule uscirono generazioni di periti e specialisti che portarono le proprie competenze nei maggiori bacini minerari italiani e internazionali, contribuendo a fare del Bellunese uno dei territori di riferimento della cultura mineraria nazionale.
L'emigrazione di moltissimi veneti verso le miniere di tutto il mondo avvenne dunque in continuità con un lavoro, un'esperienza e una competenza profondamente radicate nella propria terra. Migrando, i veneti portarono con sé i ferri del mestiere, la sensibilità, il coraggio e la fatica di un sapere tramandato di generazione in generazione.
Un lavoro che ha saputo cavare luce di dignità e di speranza dal fondo oscuro della terra.
*Con riferimento alla continuità di un lavoro che in passato era parte integrante dell'economia del Veneto