Come avveniva il viaggio di un emigrante?
Innanzitutto, va fatta una distinzione tra l'emigrazione temporanea e quella permanente.
Nel primo caso il viaggio era parte integrante e abituale dell'esperienza di vita dell'emigrante.
Era normale, ogni anno, incamminarsi verso mete relativamente lontane, ma in qualche modo consuete e familiari, in genere al di là delle Alpi.
Fino a metà dell'Ottocento i lavoratori veneti che si spostavano in Austria, Germania o nei vari Paesi della Mitteleuropa partivano verso le loro destinazioni a piedi, con zaini, gerle o casse portate sulle spalle. Talvolta erano accompagnati da muli o cavalli per il trasporto delle merci.
Ci si muoveva spesso in piccoli gruppi di parenti o compaesani, seguendo percorsi consolidati che si tramandavano di generazione in generazione. Molti emigranti conoscevano a memoria strade, passi alpini e villaggi dove fermarsi lungo il tragitto. Per alcuni di loro, come i seggiolai, le cròmere o i gelatieri, il viaggio stesso faceva parte del mestiere.
Per le aree montane venete, soprattutto Bellunese, Cadore, Agordino e Zoldano, il modello più tipico era quello della partenza stagionale primaverile e del ritorno autunnale: otto o nove mesi complessivi, inclusi i viaggi di andata e di ritorno, che potevano durare una quindicina di giorni.
Con l'avvento delle ferrovie, gran parte della distanza necessaria a raggiungere i luoghi di lavoro lontani veniva percorsa in treno. Questa rivoluzione avvenne proprio grazie al contributo di molti emigrati impegnati "a contratto" nella costruzione delle strade ferrate: i cosiddetti esamponèr, parola ispirata dal tedesco Eisenbahn e da cui derivò in Veneto l'espressione «'ndar a l’esempon» come sinonimo di emigrazione.
Il trasporto ferroviario e, in seguito, anche quello effettuato con camion e corriere organizzati per gruppi di emigranti stagionali, contribuirono ad alleggerire progressivamente l'impatto del viaggio e ad aumentare l'efficienza del lavoro.
Fino agli anni Sessanta e Settanta del Novecento molte cròmere (venditrici ambulanti) bellunesi raggiungevano in treno la Svizzera, dove condividevano con altre compagne di fatica una base abitativa e operativa, con tanto di magazzino, per poi svolgere entro un determinato raggio d'azione la loro attività commerciale.
Se il viaggio, con le sue difficoltà e durezze, era dunque parte naturale e "pianificata" dell'emigrazione stagionale, non si può dire altrettanto per l'emigrazione permanente, in particolare per le grandi partenze di massa verso i Paesi transoceanici, che coinvolsero intere famiglie e comunità di contadini mai spostatisi prima dalle proprie case, dai propri paesi, dai propri campi.
Il viaggio diventava così un vero e proprio salto nel buio.
Difficile spiegare oggi, nel tempo della velocità e dell'informazione, l'esperienza di un viaggio di fine Ottocento verso il Brasile, l'Argentina o gli Stati Uniti.
Innanzitutto, si partiva con una conoscenza pressoché nulla del luogo di destinazione e con poche possibilità di sapere qualcosa di più: gran parte degli emigranti non sapeva né leggere né scrivere. Pochi sapevano parlare l'italiano. Il dialetto era l'unica lingua con cui c'era confidenza.
Prima della traversata bisognava raggiungere con ogni mezzo possibile il porto di partenza: Genova, Napoli, Trieste, ma anche Marsiglia, Le Havre (Francia), Bremerhaven (Germania), Anversa (Belgio) e altri ancora.
Le prime traversate per l'America Latina potevano durare oltre quaranta giorni, in terze classi sovraffollate, a bordo di piroscafi spesso destinati al trasporto di merci e riadattati per il carico di passeggeri.
Non mancavano epidemie, allarmi e naufragi. Altissima, a bordo, era la mortalità infantile.
Speranza e paura galleggiavano insieme sull'ignoto dell'oceano.
Ma non era ancora finita: sbarcati nel Nuovo Mondo e dopo lunghe, incomprensibili attese e varie trafile, bisognava intraprendere interminabili e faticosi spostamenti in territori immensi e selvaggi, non sempre accompagnati da gente affidabile.
La lettera di Francesco Costantin di Biadene, spedita da Colonia Angelica in Brasile, parla chiaro:
[...] Però di tutte le promesse che ci dicono in casa d'emigrazione, non sono vere neppure la decima parte. Il giorno stabilito si monta in ferrovia, avviati a destinazione. Giuntivi alla stazione più prossima alla colonia, vi sono i carri che c'attendono [...]. Montati sui carri vi conducono entro pei boschi, strade fangose, caldo soffocante, nessun paese, pochissime chiese [...] e tutto questo non è che un principio dei patimenti a cui andrà soggetto il povero emigrante gratuito nella Provincia di S. Paolo. [...]
Con il trascorrere del tempo, l'evolversi delle tecnologie e l'alfabetizzazione, l'esperienza del viaggio cambiò radicalmente.
Già negli anni Venti del Novecento, con i moderni transatlantici, il comfort migliorò nettamente e la traversata poteva durare meno di quindici giorni. Inoltre, sempre più emigranti sapevano dove stavano andando. Qualcuno era stato informato dai parenti, qualcun altro aveva imparato qualche rudimento di geografia a scuola.
Così il viaggio poteva anche regalare emozioni legate a una nuova consapevolezza, come l'atteso passaggio dell'Equatore o, per chi andava in Australia, il transito nel canale di Suez, gli sbarchi ad Aden o a Zanzibar, mitici porti esotici entrati nell'immaginario collettivo.
Ma ancora nel secondo dopoguerra il viaggio per molti emigranti continuò a essere un'avventura impegnativa o, quantomeno, memorabile. In Canada, dal porto di Halifax fino alla British Columbia potevano volerci anche otto giorni di automobile.
L'esperienza era addirittura traumatica per chi era destinato al lavoro nelle miniere del Belgio.
Si partiva in "treni speciali", che dovevano lasciare la precedenza al traffico ordinario.
Si viaggiava in vagoni sigillati, in scompartimenti vecchi e sporchi. Nessuno poteva scendere durante le varie fermate.
Nonostante gli umilianti controlli fisici e ideologici effettuati a Milano, si era sottoposti a ulteriori verifiche a ogni passaggio di confine.
Per arrivare in Belgio i lavoratori provenienti dal Nord Italia impiegavano tre giorni. Quelli del Sud anche una settimana.
Per gli emigranti il costo del viaggio della speranza continuava a essere troppo alto.