Piccole storie… portate in valigia

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Il bagaglio è un simbolo. Per un emigrante è l'indispensabile, ma è anche tutto.
È l'evocazione di un momento, conservato per una vita intera. 
È la piccola valigia di cartone con gli umili e preziosi attrezzi del mestiere.
È il sacchetto di semi di granoturco, diventati alla fine del viaggio un volo di farfalle. 

Intorno a valigie, casse, bauli, sacchetti e sporte si addensano storie, speranze e ricordi.
Qui al MEV ne abbiamo raccolti alcuni. 

"Eravamo una famiglia molto numerosa. Io ero il settimo di undici fratelli, ed ero sempre quello che rimaneva a casa, mentre gli altri andavano all’estero. A vent’anni, quindi, decisi di andare via anch’io, perché chi rimaneva doveva lavorare sempre, anche la domenica.                       
Nell’aprile del ‘62 feci i bagagli. Avevo la valigia di un fratello già emigrato in Australia. Era tornato dopo tre anni, si era sposato e di lì a qualche giorno sarebbe dovuto ripartire. Tutto era pronto, ma ebbe un incidente. Allora presi io la sua valigia.                      
Partii da Trichiana. Non sapevo niente. Sapevo solo di avere un fratello più vecchio a Saarbrücken, in Germania, che mi aspettava alla stazione. Durante il viaggio, per tutta la notte non chiusi occhio..."

Camillo Moro, da Trichiana a Dudweiler (Germania)

"Partii emigrante da Seren del Grappa all’età di vent'anni, diretto al Cantone di Zurigo e precisamente a Wädenswil, dove fui occupato in una grande impresa edilizia i cui titolari erano di origine italiana. [...]                                             
L’indomani, puntuale, mi feci trovare nel posto stabilito; arrivò il
baufir, il responsabile dei cantieri della ditta, anch’egli italiano. Mi presentai e lui mi chiese se ero muratore o solo manovale; anche se a malapena mi arrangiavo, risposi che ero muratore, avendo frequentato la scuola professionale di Fonzaso. Il baufir ordinò di condurmi a un cantiere che distava da lì un chilometro e mezzo. Con me avevo una piccola valigia di cartone contenente i pochi attrezzi da muratore che mi ero portato da Seren del Grappa, acquistati con qualche risparmio alla cooperativa del paese."
Marino Scopel, da Seren del Grappa a Wädenswil (Svizzera)

"La sera ci imbarcammo sulla nave Duncan. Era il 26 settembre 1958. Dopo aver fatto scalo a Las Palmas, proseguimmo verso Sud. Arrivammo a Città del Capo il 13 ottobre. Da lì ci aspettavano altri due giorni di treno per raggiungere Vanderbijl Park. [...]
Delio mi aveva scritto che la ditta gli aveva dato in affitto una bella casa con il giardino e siccome a me piaceva tanto la polenta, avevo messo nel bagaglio un bel po’ di semi di granoturco con l’idea di seminarli nel nostro giardino. Ma guardando dal finestrino del treno in corsa non vedevo altro che distese e distese di granoturco. Non sapevo che quella pianta fosse la base dell’alimentazione della popolazione di colore. Fortuna che è andata così, perché quando mi recapitarono la cassa con i miei bagagli e aprii il sacchetto del granoturco, la stanza si riempì di centinaia di farfalle: il granoturco era sparito. Così ebbe inizio la nostra vita in Sudafrica."
Elena De Vallier, da Rocca Pietore al Sudafrica

"Mio papà era un manovale. Andava nel Canton Ticino a scavare gallerie per strade o ferrovie. Ci è andato stagionalmente per circa due, tre anni e al ritorno ci portava i soldi. Portava con sé una valigia di cartone. Ricordo che quando doveva partire, lo accompagnavo sempre io in stazione. Poi correvo fino all’incrocio dove c’era il passaggio a livello e quando vedevo il treno passare, riuscivo a salutarlo ancora."
Luciana Francescon ricorda il papà emigrante

"Dopo averci riflettuto a lungo, e incoraggiato dalla famiglia, presi la difficile decisione di lasciare il mio amato paese per tentare la fortuna oltreoceano. Nel 1937, con una valigia di cartone, pochi risparmi e il cuore pieno di speranze, mi imbarcai da Genova su un piroscafo diretto a Buenos Aires."
Marcello De Zordo, da Alleghe all'Argentina

"Con lo stipendio della stagione potei acquistare una valigia di cartone e un pezzo di tela per confezionare un vestitino a giacca con le maniche corte, di color celeste. Dopo qualche giorno sarebbero arrivati i passaporti in Comune, non c'era più tempo da perdere: il giorno della partenza era vicino.
Finiva la mia ultima estate nel paese favoloso in cui ero nata. Ne sentivo il peso salendo sulla corriera. Le lacrime scorrevano sulle mie guance senza che potessi fermarle, e sventolando un fazzolettino bianco dal finestrino salutavo la mia famiglia."

Flora Costa, da San Tomaso Agordino alla Francia

"Mio padre, con altri queresi, andò vicino a Herve. Un anno dopo preparò l’espatrio della moglie Armida, ma lei non aspettò il “via libera”: lasciò Quero senza conoscere una parola di francese, con una valigia e me, di due anni, in mano solo un indirizzo e le istruzioni per raggiungere la stazione ferroviaria finale."
Ivana Dalla Piazza, da Quero al Belgio

"La mia avventura iniziò una sera del lontano 1949, quando arrivò a casa mia una signora da Puos chiedendomi se volessi andare in Svizzera a fare il contadino al posto di suo genero. Dopo averci riflettuto un po', accettai. I primi di aprile mi arrivò il contratto di lavoro, mia madre mi preparò quel poco da vestire che avevo. Ero d’accordo con i miei genitori di andare via, qui non c’era lavoro. Il 18 aprile del ’49 mio padre mi accompagnò alla stazione dell’Alpago con la mia valigia di cartone sopra la bicicletta."
Luigi Antole, dall'Alpago alla Svizzera

"Nel 1950, all'età di 18 anni, decisi che era giunta l’ora di dare una svolta alla mia vita e scoprire nuovi Paesi e culture. Nella valigia, tra gli indumenti, un pezzo di formaggio, un salame e la foto dell'amata Luisa; nel cuore tutte le raccomandazioni della mamma e l'emozione di nuove esperienze. La mia prima tappa fu la città di Pamplona: qui iniziò la mia epopea di gelatiere come aiutante nella gelateria dello zio Eugenio Bez."
Matteo Olivier, da Codissago alla Spagna

"Il mio povero padre era un emigrante. Avevo circa sei o sette anni e ricordo bene quando lavorava in Svizzera. Partiva in primavera e rientrava in Italia alla fine di novembre.
Un giorno, qualcuno bussò alla porta e mia mamma mi disse: «Danilo, vai a vedere chi è». «Mamma - le risposi - c’è qui un signore con dei lunghi baffi, uno zaino in schiena e una valigia legata con lo spago». Non avevo riconosciuto mio padre! Roba da non credere..."
Danilo Calonego

"Cara Valigia, sei stata la mia amica per i lunghi anni di emigrazione in Svizzera, dal 1947 al 1970, quando Dio ha voluto chiamarmi a Lui. Prima di te ne avevo una - come si suol dire - di cartone e vedendo che la mia vita sarebbe stata di emigrazione ho pensato bene di averne una più solida e allora sei arrivata tu. Quando sono partito con te avevo quarant’anni e a casa era rimasta la mia adorata famiglia. Quanto dolore nel dover lasciare mia moglie, le mie due bambine, di due e quattro anni, e una in arrivo! Al mio ritorno, dopo due anni, la più piccola mi chiamava zio e in quel preciso istante ho deciso di fare lo stagionale: almeno le mie bambine avrebbero saputo di avere un papà. Quanto sudore in una terra non mia, sognavo l’Italia, la mia terra lontana e la mia famiglia. L’emigrazione per la mia generazione – ero classe 1909 - era molto dura. Si lavorava tanto e duramente per pochi soldi e si risparmiava fino all’osso per poter mandare più soldi a casa. Cara valigia, eri sempre pronta sotto la brandina e sono sicuro che anche tu sognavi il ritorno nella nostra amata terra. Grazie per tutti i viaggi fatti insieme."
Vanda Pasa immagina un possibile dialogo tra il papà Domenico e la sua valigia